#3/2014 – MARINO REGINI con Gabriele Ballarino

regini 0Si iscrive a filosofia ma si laurea in giurisprudenza, con una tesi in sociologia; preferisce la convivenza all’istituzione ‘borghese’ del matrimonio, ma si sposa giovanissimo; cerca San Francisco ad Ancona, e trova Cagliari; rifugge gli impegni istituzionali e diventa prima preside di Scienze politiche, poi prorettore all’internazionalizzazione – alla Statale di Milano. Ritratto autoironico di uno dei più seri esponenti della sociologia economica italiana: Marino Regini, intervistato da Gabriele Ballarino, ripercorre le principali tappe della sua carriera, costruita in Italia ma costantemente volta al confronto con amici e colleghi internazionali. L’intervista ELOweb è come sempre accompagnata da foto e immagini esclusive, che testimoniano la ricchezza delle esperienze di ricerca e lavoro e le “many faces” dell’intervistato.

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Chi è_REGINI

Proporrei di iniziare ab ovo, cioè dai tuoi studi universitari: com’era l’università a Genova a metà degli anni Sessanta?

Era la più tradizionale che si potesse immaginare. Insieme ad un amico del liceo mi ero iscritto alla facoltà di Lettere perché durante il liceo la filosofia ci aveva appassionato, per merito di un docente di quelli che ti sapevano coinvolgere. Mio padre, che era un modesto impiegato all’ufficio acquisti di una grande azienda e sognava un figlio ingegnere come il suo capo, non era affatto contento di quella scelta, ma non mi ostacolò. In realtà il mio più che un interesse per la filosofia era un primo interesse politico al marxismo: mi sono iscritto all’università nel 1961 e quella era l’epoca in cui cominciavo a seguire la politica, cominciavo a leggere Marx… Soltanto che nella facoltà di Lettere di Genova a quell’epoca il filosofo dominante era Michele Federico Sciacca, spiritualista cattolico ultra-tradizionalista, e alla terza lezione di seguito in cui cercava di spiegarci ‘l’impossibilità della non esistenza di Dio’ il mio amico ed io abbiamo deciso di cambiare facoltà… Abbiamo seguito un ragionamento bizzarro: “Poiché i nostri interessi rimangono gli stessi, iscriviamoci a una facoltà che ci lasci il tempo di continuare a occuparci di filosofia per conto nostro!”. Così ci siamo trasferiti entrambi a Giurisprudenza (Scienze politiche non esisteva, o meglio, era un semplice corso di laurea della facoltà di Giurisprudenza considerato di serie B). Io avevo scarsi interessi giuridici, però davo regolarmente i miei esami e nel frattempo facevo molta attività politica perché ero diventato presidente dell’associazione degli studenti di Sinistra (UGI). Gli esami di Giurisprudenza li studiavo mnemonicamente, prendevo i miei bravi trenta, però non mi interessavano, non mi ci vedevo a fare l’avvocato o il magistrato…

A un certo punto scoprii che nel corso di laurea di Scienze politiche c’era una materia che si chiamava Sociologia, insegnata da Luciano Cavalli, che noi iscritti a Giurisprudenza potevamo prendere come esame complementare, e la frequentai: Cavalli teneva un corso su Mosca, Michels e Pareto, non particolarmente entusiasmante. Però altri testi che ci dava da leggere mi convinsero che in ambiente accademico la Sociologia era la materia più vicina a un possibile strumento di supporto e di riflessione per l’attività politica, in quel periodo l’unica cosa che mi interessava. E quindi non soltanto diedi l’esame di Sociologia ma, con grande scandalo di tutti i miei compagni, chiesi a Cavalli la tesi. Scandalo perché a Giurisprudenza, con una media altissima come la mia (avevo 108-109), chiedere una tesi in una materia complementare e disprezzata dai giuristi era un suicidio! Io decisi di farlo, però dissi a Cavalli che volevo scegliere io il tema e la struttura della tesi, e scelsi come tema le conseguenze sociali dell’automazione. Allora era il periodo in cui si discuteva molto di progresso tecnico e delle sue conseguenze; in Italia il tema era stato introdotto da ingegneri come Gino Martinoli e Silvio Leonardi e trovava spazio in istituti come la Svimez, il Censis, l’Istituto Gramsci, mentre all’estero c’era un forte dibattito fra i sociologi del lavoro, soprattutto in Francia con Georges Friedmann e Pierre Naville. Io feci una tesi che discuteva criticamente le opinioni degli “ottimisti” e quelle dei “pessimisti” e proponeva strumenti analitici che consentivano di individuare i limiti dell’una e dell’altra argomentazione. Non potevo fare una ricerca empirica sull’automazione perché non avevo gli strumenti per farla, ma mi ricordo che Cavalli – a cui non avevo mai chiesto neppure un consiglio, niente – non si capacitava di come fosse venuta fuori quella che lui considerava un’ottima tesi, molto ben argomentata, nonostante non c’entrasse nulla con i temi di cui si occupava…

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