#2/2015 – BIANCA BECCALLI con Sabrina Perra

QUADERNI ROSSIDa quanto mi dici, la prima comunità sociologica italiana aveva un rapporto particolare con il mondo operaio, con i sindacati, con i partiti di sinistra. Mi spieghi il tuo coinvolgimento in questa fase e in che modo, a tuo avviso, i Quaderni Rossi hanno contribuito allo sviluppo di questo rapporto?

Fu Emilio Agazzi[5], membro della rivista Passato e Presente, che mi introdusse a Raniero Panzieri, tra i più giovani segretari del PSI e fondatore con Vittorio Rieser dei Quaderni Rossi. Gli incontri attorno alla rivista erano estremamente stimolanti perché raccoglievano intellettuali di grande originalità che avevano individuato nell’inchiesta sociale uno strumento non solo di ricerca, ma soprattutto di azione politica. beccalli copertina 1 A questa decisione, che aveva a suo capo Panzieri, aderirono oltre a Rieser persone di estrazione sociale, professionale e politica molto diverse. Era un momento di sintesi di posizioni che si erano confrontate nel corso degli anni ’50, soprattutto rispetto ai temi del lavoro, che seguivano l’esperienza dell’importante Inchiesta sulla FIAT coordinata da Giovanni Carocci. La crisi del sindacato, che in quegli anni sembrava non conoscere più i lavoratori, le trasformazioni del mondo del lavoro e la rapida modernizzazione dell’intera società erano temi al centro della riflessione anche in altri paesi europei e negli USA (basti pensare all’opuscolo curato da Edgar Morin)[6].

QUADERNI PIACENTINIE’ importante notare che in quegli anni le riviste avevano un ruolo centrale nel dibattito intellettuale e culturale, non solo nel contesto accademico, ma nella società tout court. Panzieri mi consigliò di inserire un percorso sociologico nei miei studi, mi incluse nel gruppo dei Quaderni Rossi e, visto che questi avevano incrociato i sociologi della prima generazione, mi avvicinò in particolare a Luciano Gallino e Alessandro Pizzorno, che avevano partecipato alle discussioni e all’elaborazione della prima inchiesta operaia. I giovani che erano allora intorno a Panzieri erano soprattutto torinesi ed erano di formazione filosofica, spesso allievi di Abbagnano.

abbagnanoVale qui la pena di rammentare che Nicola Abbagnano fu un importante mediatore della cultura weberiana, seguito in questo percorso intellettuale da Pietro Rossi. È a lui che si deve  la più ampia diffusione di Weber in Italia attraverso le traduzioni e la socializzazione dei suoi allievi, poi marxisti, al pensiero weberiano. Qui si innesta l’influenza di Panzieri sulla sociologia, che sta un po’ a monte di tutto il discorso che potrei fare di biografia intellettuale, che non riguarda me soltanto, ma un intreccio di pensieri molto originale: la presenza del filone weberiano accanto ad una rivisitazione del marxismo. L’apporto originale di  Panzieri  fu determinata anche dalla traduzione da GRUNDRISSEparte della moglie Pucci dei Grundrisse[7], a partire dai quali prese lo spunto per ripensare il rapporto tra forze di produzione e rapporti di produzione. È lì che si trova la radice sul discorso dell’inchiesta operaia: le forze di produzione, le macchine e l’idea che queste non fossero neutrali.

Si tratta di riflessioni molto attuali…

PANZIERIUn noto saggio di Panzieri circa L’uso capitalistico delle macchine nel neocapitalismo [8] testimoniava l’interesse per la tecnologia, comune a tanti osservatori sociali degli anni ‘60. Erano gli anni in cui si verificò una grande trasformazione tecnica nelle fabbriche, oltre che un processo di modernizzazione nel Paese. Mentre la modernizzazione colpiva dal punto dei vista dei consumi e del relativo benessere raggiunto dalla classe operaia (il familismo legato ai consumi, la nascita di un certo individualismo, che divennero temi centrali della riflessione sociologica internazionale), l’interesse per la fabbrica e per la nuova tecnologia guardava ad un mutamento nei rapporti di lavoro in fabbrica. L’idea di Panzieri era che le tecnologie non sono neutre, possono essere usate nel loro sviluppo in modi diversi. Non esiste una one best way dello sviluppo tecnologico, bensì ogni passo di sviluppo tecnologico è legato ad una prova di forza tra i soggetti  dentro il processo produttivo. Anche la storia si può rivisitare ripensando a come avrebbero potuto essere le cose rispetto all’uso delle tecnologie, se una parte avesse avuto più potere dell’altra. Piore e sabel

Si tratta di un’idea che in tempi più recenti è stata riproposta da studiosi non marxisti, come negli USA Michael Piore e Charles Sabel[9], i quali parlano dello sviluppo tecnologico come di qualcosa di non neutro, di orientato dalle forze in gioco. Il saggio di Panzieri invece proponeva una rivisitazione di Marx, non in termini della sociologia attuale, ma attraverso una grande intuizione: il concetto della non neutralità delle macchine e che la coscienza di classe fosse una cosa problematica che ha rapporto sia con le macchine, sia con le generali condizioni di vita. Da qui l’idea dell’Inchiesta operaia: l’inchiesta come analisi del rapporto dei lavoratori nei luoghi di lavoro con le macchine in un momento in cui il sindacato, cioè il soggetto preposto a rappresentare i lavoratori, non li conosceva più perché erano cambiate le condizioni tecnologiche. Non esisteva più l’ “operaio di mestiere” (nell’accezione in cui è stato definito da Touraine), non c’era più quel soggetto, ma il soggetto prevalente era diventato un operaio comune più assoggettato al dominio delle macchine. Per questo era necessario, attraverso l’inchiesta, esplorare come l’operaio si rapportava al cambiamento tecnico, oltre che alle condizioni di vita cambiate in quella che emergeva, allora, come una nuova società del benessere. In estrema sintesi l’idea fondamentale dell’inchiesta era, come anche scritto in alcuni volumi[10], che non si desume la “coscienza di classe”, come la si chiamava allora, dal capitale, ovvero dallo stato delle forze produttive, bensì la si deriva dall’inchiesta, ovvero dalla diversa reazione soggettiva alle condizioni sia tecniche, sia sociali in cui la vita operaia trova la sua espressione.

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