#2/2015 – BIANCA BECCALLI con Sabrina Perra

Dunque per te l’Inchiesta nell’esperienza di Panzieri e Rieser è stata centrale non solo per la tua formazione, ma anche per la nascita della sociologia italiana. Possiamo approfondire questo aspetto?

croce_webLa sociologia, “l’inferma scienza” nella nota espressione di Croce, era stata più volte condannata in Italia, innanzitutto intellettualmente dal crocianesimo che ha esercitato un notevole dominio culturale nel Novecento rispetto al positivismo a cui il marxismo veniva associato. Inoltre, il regime fascista vide la sociologia, giustamente, come uno strumento critico che poteva nuocere al regime. Quindi la convergenza tra il crocianesimo antipositivista e il regime fascista consolidarono l’isolamento della sociologia in Italia. La sociologia italiana rinasce molto tardi: le cattedre di sociologiaaiuti USA nell’immediato dopoguerra sono pochissime (tra i pochi Camillo Pellizzi a Firenze). Gli americani, intesi come soggetto culturale e politico che finanziava e sponsorizzava la politica culturale degli USA della Guerra fredda, avevano pensato – piuttosto ingenuamente – che l’ostacolo in Italia all’instaurarsi di una visione ideologica anticomunista fosse il marxismo. Per questo avevano promosso la diffusione della sociologia ed è anche a questa condizione che si legano gli esordi della sociologia italiana[11].

Però si commetteva un errore perché quando la sociologia in Italia si sviluppò, in primo luogo all’Università di Trento, divenne al contrario una sede di pensiero ribelle, addirittura una fucina di ideologie e di militanze. Si pensi alle vicende del ‘68 e del post ’68 e al ruolo che Trento ebbe in questi eventi. Gli americani si sbagliarono, ma intanto avevano finanziato le scuole CO.S.PO.S dove vennero invitati ad insegnare, oltre che  alcuni dei più importanti sociologi di prima generazione, tra cui Francesco Alberoni, Alessandro Pizzorno, Angelo Pagani, Achille Ardigò, anche quelli che cominciarono a chiamarsi “i giovani sociologi”, tra cui Laura Balbo e Guido Martinotti e ancora Bruno Manghi, Gian Primo Cella ed io, che facevamo i cosiddetti “istruttori”. Si trattava di un titolo non incardinato nelle gerarchie universitarie italiane, bensì mutuato da una impostazione americana (Giovanni Arrighi, ad esempio, fu prima “istruttore” e poi professore di sociologia in prestigiose università statunitensi). Gli istruttori erano sempre presenti, praticavano una didattica quotidiana con gli studenti: fu un’esperienza di grande interesse, soprattutto di didattica e di apprendimento intensivo di nuove discipline e nuove frontiere del sapere che si incrociavano per la prima volta. Solo molto tempo dopo mi sono resa conto di avere partecipato ad esperienze così importanti: quando si vivono spesso non ci si accorge che si trattava di un crocevia…

Forse anche la giovane età spiega come certe esperienze si vivano nell’inconsapevolezza?

Si, certamente si. Io avevo fatto filosofia a Pavia, sociologia a Cambridge, mi sembrava normale tornare a fare sociologia in Italia, invece non era normale, ma addirittura eccezionale. Si trattava di un vero e proprio esperimento in vitro…

Ricordi altre donne che parteciparono a questa esperienza?

Si, c’era Ida Regalia, Ota de Leonardis, Diana Mauri, Maria Teresa Gardella, Laura Balbo. C’erano poi anche altri colleghi e amici, tra cui Aldo Marchetti (con cui collaboro anche ora), Emilio Reyneri, Marino Regini, Carlo Donolo e il già citato Gian Primo Cella.

Si trattava quindi di una giovane comunità…  

Si, c’era poca differenza di età tra noi e gli allievi. Era una comunità molto piccola che si animava con quelle che oggi chiameremmo le “grandi star”, tra cui Alberoni, Pizzorno, BBianca Beccalli 2aglioni, Pagani. C’erano tre livelli: i più anziani (che a me sembravano vecchi, ma non lo erano per nulla!), noi istruttori che avevano circa trent’anni e gli studenti che avevano circa 25-27 anni. Avevamo relazioni molto intense, che si arricchivano perché c’era un succedersi continuo di nuovi istruttori…

A chi erano riservati questi corsi?

Ad un piccolo gruppo di studenti già laureati, la gran parte borsisti perché, data l’esiguità dei numeri, le borse disponibili coprivano tutti gli iscritti. I corsi avevano durata biennale e gli studenti iscritti non superavano mai i 25. Era una scuola molto ben congegnata: intensiva e di qualità con un rapporto allievi e docenti molto particolare. Era come stare ad Oxford o a Cambridge: a me sembrava normale, perché ero appena tornata da Cambridge; non mi rendevo conto di vivere nel cuore di un privilegio che era del tutto inatteso per il contesto italiano. Le Scuole CO.S.PO.S. sembravano una cosa rivoluzionaria ed innovativa, che non aveva però il sapore del privilegio, sebbene se le borse di studio consentissero l’accesso ad un numero ristretto di allievi. Mi ricordo una volta che, quando io ero istruttore ci furono due persone a pari merito, ma dal punto di vista del censo, una era molto ricca figlia della migliore società milanese, l’altra era molto povera. In quella situazione noi ci siamo arrogati il titolo di suggerire a quella molto ricca di fare a metà della sua borsa… magari sbagliammo, ma era un esempio di come eravamo border line. Esisteva e praticavamo un concetto di equità che superava anche il merito. Si tratta di cose lontanissime se pensiamo al generale sistema di “valutazione” con cui ci confrontiamo quotidianamente oggi.

Erano previsti anche stage all’estero?

Come ho avuto modo di scrivere, per quanto riguarda la Scuola Superiore di Sociologia erano corsi esclusivamente teorici[12]. Di stage non si avvertiva il bisogno perché erano spontaneamente presenti nella vita quotidiana della scuola: in quel momento lo sviluppo della sociologia era molto politicizzato e molti degli studenti partecipavano ad esperienze politiche e di movimento sociale in Italia e all’estero. Erano gli anBianca Beccalli 1ni ‘70, uno stage non serviva perché era dietro la porta, almeno quello politico. Altri, pochi, che finita la Scuola avevano deciso di lavorare per il mercato, in azienda, riuscivano ad avere posizioni prestigiosi e ben retribuite. Più di frequente, diciamo che era “di moda” lavorare per il sindacato e la politica. In un momento di diffusa socializzazione politica, la sinistra sindacale e politica sembrava il luogo ideale per le sperimentazioni pratiche.

Voi docenti e gli studenti avevate contatti con le università americane, visto che i finanziamenti provenivano prevalentemente dagli USA?    

Non c’erano programmi specifici. Le esperienze di ricerca negli USA compiute da diversi di noi erano maturate come scelte individuali. Io avevo il mio ponte con Cambridge, con l’Inghilterra, altri sono stati negli USA per soggiorni di circa un anno. Non usavano direttamente il canale della Scuola, ma probabilmente la sua frequenza costituiva una buona carta da giocare. C’era poi il meccanismo della “lettera di presentazione” all’interno del sistema anglosassone delle raccomandazioni, che, come sappiamo, non debbono intendersi nel senso deleterio con cui sono descritte in Italia. Sono certa che se Pizzorno o Pagani scrivevano una lettera di presentazione ad uno studente per una università estera questa veniva presa in gran conto. Esisteva davvero un clima, un contesto fiduciario e di contatti molto personalizzati.

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