#2/2015 – BIANCA BECCALLI con Sabrina Perra

Da questa nostra conversazione mi pare che il tema della rappresentanza nel tuo percorso di ricerca sia centrale, quasi un fil rouge. Si tratta di un tema che condividi con altri sociologi economici italiani, anche se lo proponi da un prospettiva diversa…

Devo dire che di sindacato io mi sono sempre interessata, per tanto tempo, ma solo perché accadeva che il sindacato fosse un forma di rappresentanza, non perché mi interessassi di sindacalismo o di reMEARDI 2lazioni industriali. Mi avvicinavo a questi temi con un approccio un po’ più legato alla tradizione inglese di cui ho detto. Ritengo che gli studi sulle relazioni industriali, dall’epoca in cui il “neocorporativismo” diventa la parola chiave, allontanandosi dalla fabbrica hanno perso il punto di vista il tema della rappresentanza. Infatti, come tipo di studi sono stati più parenti della giurisprudenza, dell’economia e, caso mai, della scienza politica. I frutti di queste ricerche sono stati preziosi e i colleghi italiani hanno dato contributi di valore. Ma il mio punto di vista era ed è diverso. E infatti, io più di recente mi sono trovata molto bene a alla Business School di Warwick, la cui Industrial Relations Unit è diretta da Guglielmo Meardi, dove ho trascorso alcuni periodi come visiting professor.

Invece in Italia mi sembra che la ricerca sul lavoro abbia abbandonato la dimensione più propriamente sociologica, che percorreva il sentiero di ThompsDOREon e Hobsbawm. Anche nella nostra comunità più ristretta della sezione AIS-ELO, si puòosservare che, tranne che per una serie di micro casi, prevale questa linea di tendenza che, nel periodo in cui ero stata coordinatrice con Maurizio Ambrosini, avevo cercato di invertire. Mi ricordo, infatti, che nel convegno di fine mandato, avevamo invitato come key note speaker Ronald Dore, economista grande esperto di relazioni industriali, che ha dimostrato  di essere un sociologo quale studioso di industrial relations ma in un’accezione diversa da quella prevalente in Italia.

Sempre rispetto alla tua passione per la rappresentanza, mi ha colpito quando hai detto che ad un certo punto si era posta la necessità di studiare i nuovi operai. Oggi mi pare che siamo di nuovo davanti allo stesso problema…    

Credo di si. Io vedo quasi un ripetersi della storia nel senso che anche il bisogno di inchiesta che avverto da vari piccoli indizi, segnala un bisogno che nasce dallo sconcerto per il nuovo oggetto della ricerca. Si tratta di una necessità di capire, nel tardo capitalismo, i soggetti che lo animano e che non sono più chiaramente definiti. Senza considerare la grossa complicazione che è posta dagli “estranei”, dai migranti, da quelli che “vengono dal mare” che scombinano tutto, le nostre capacità interpretative. Ma se anche si rimane all’interno del tessuto industriale e post industriale c‘è uno scombinamento delle categorie. Intendiamoci, non bisogna dimenticare che la classe operaia (anche se tutti oggi sorridono quando si usa questo termine) esiste ancora! Quando si ricordano le cifre di questa presenza, la gente ha un sobbalzo di sorpresa, perché si è così abituata a dire che la classe operaia tanto che non c’è più tanto che e poi rimane colpita nel sapere che si tratta ancora del più grosso gruppo occupazionale esistente.

Bisogna andare oltre, esplorare realtà vissute e forme di gestione del lavoro che riprendono anche forme del passato. Come dice Aris Accornero, il XIX era un secolo in cui la classe operaia ancora si doveva formare e la cifra dominante era l’eterogeneità della forza lavoro e dei rapporti di lavoro. Questi ultimi adesso riprendono forme antiche, cooperative di mutuo soccorso, di auto sfruttamento: sono forme in cui il rapporto datore di lavoro e lavoratore non è più così centrale come nel XX secolo. In tal senso la classe operaia è superata, perché il nucleo che dipende da un rapporto di lavoro subordinato è eroso dalla molteplicità di posizioni. Per questo mi interessa particolarmente il confronto internazionale in questo nuovo ciclo di ricerche che spero di svolgere sulla rappresentanza, con particolare attenzione al caso degli USA e dell’Argentina nel confronto con l’Europa.

Come mai proprio l’Argentina?

L’Argentina offre una gamma di esperienze vastissime: d’altro canto è stato l’unico paese del Sud America che ha avuto una classe operaia forte, con un’importante rappresentanza, non solo sindacale, ma anche politica con il partito peronista. E, a tal proposito, bisognerebbe parlare anche dell’importanza delle donne nei processi di costruzione della rappreeva peronsentanza non solo sindacale, ma politica (ricordi il vero e proprio culto che ha riguardato Eva Peron?). Non bisogna poi dimenticare che l’Argentina è stato il primo paese ad avere una legge sulle quote elettorali di genere (la “ley de cupos”). Di recente in al mid-term meeting dell’International Sociological Association a Buenos Aires dopo i lavori del convegno con un ristretto gruppo di lavoro siamo andati a fare una gita culturale a Jujuy, ai confini con la Bolivia. In questa provincia Milagro Sala ha fondato un movimento sociale, quasi un’enorme cooperativa, l‘Organizaciòn Tupac Amaru. Si tratta di un movimento molto popolare con un grande seguito la cui logo-tupacazione è stata, all’inizio, la costruzione di viviendas (case popolari). Le regole associative di queste cooperative sono molto forti e hanno come centro la coppia, non un uomo o una donna. Svolgono il rito della madre terra, cui abbiamo potuto assistere, a cui partecipa tutta la comunità. Ti ho fatto questo esempio perché si tratta di una rappresentanza diversa, lontano dal sindacalismo tradizionale. D’altro canto in Argentina c’è da sempre una scissione interna al mondo operaio, che si riflette anche nella nascita di movimenti spesso contrapposti al sindacalismo. Basti pensare al movimento delle fabbriche recuperate, attualmente il più duraturo movimento di fabbriche occupate della storia[14]. In questa autogestione ci sono molto elementi di grande interesse. Non trascurerei poi i tanti movimenti sociali diffusi nel Paese, cui si accompagnano questi “costruttori cooperativi”… Per queste ragioni mi interessa l’Argentina!

Il casMilkman.300o degli Stati Uniti, invece, per quali ragioni ti interessa?

Condivido alcuni progetti di ricerca con Ruth Milkman, una importante ricercatrice che ha studiato prima il movimento operaio classico del settore auto a Detroit sottolineando come il movimento sindacale sanzionasse, invece di mettere in discussione, la divisione sessuale del lavoro [15]. Dopo essere  stata per anni direttrice dello Institute for Research on Labor and Employment della UCLA dedicato agli studi del lavoro[16], Ruth ha concentrato la sua attenzione sui lavoratori migranti, che ritiene siano la nuova linfa per l’oramai esangue sindacato americano. In prevalenza si tratta di donne, spesso con problemi di cittadinanza, cui si associano i problemi della rappresentanza sul lavoro. Situazioni analoghe si registrano peraltro anche in Italia, dove la condizione di regolarità deriva direttamente da una posizione lavorativa regolare, ma spesso non si riesce ad avere né l’una, né l’altra condizione.

Mi affascina quindi questa nuova prospettiva del sindacalismo che, invece di essere semplicemente corporativo come spesso in Italia, cioè a difesa di lavoratori comunque garantiti (“il sindacato delle protezioni”, nell’espressione di Pietro Ichino), dGRAMAGLIAiventa una zona di affrancamento e di nuova vitalità data proprio dai lavoratori meno rappresentati. Essi diventano, in certi tipi di paese, l’asse portante del sindacalismo.Per me che ho studiato il sindacalismo italiano nel momento in cui il sindacato era la rappresentanza della classe operaia emergente negli anni ‘60 e ’70, queste effervescenze in ambito internazionale hanno grande fascino per ulteriori approfondimenti di ricerca. Fenomeni simili si configurano in altri paesi del Sud del mondo, ad esempio in India. Di queste cose si è interessata anche Mariella Gramaglia occupandosi del caso della Self-Employed Women’[17] dove la definizione del rapporto tra datore di lavoro e lavoratore dipendente si perde, trasformandosi quasi in una forma di cooperazione.SEWA

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