#2/2015 – BIANCA BECCALLI con Sabrina Perra

Dalle cose che mi racconti, mi convinco sempre più che la rappresentanza rappresenta il nucleo del tuo percorso di ricerca, declinato secondo una modalità originale di espressione della soggettività insieme individuale e collettiva. Un tema centrale della sociologia che hai riproposto anche nel modo in cui hai praticato gli studi di genere: secondo te quali sono le possibilità future per questo filone di ricerca in Italia?

Beccalli_libroSiamo a due decenni dalla Conferenza di Pechino, dove il termine mainstreaming è stato coniato e discusso accanto a quello di genere. La mia opinione è che nelle politiche il mainstreaming non funzioni, in quanto è poco misurabile. Ti faccio un esempio: se voglio allocare 100 dollari e vedere dove vanno a finire, è più facile che possa dire “Vanno per disabili, per le donne o per un segmento specifico della popolazione”, piuttosto che riuscire a misurare l’impatto di genere di una politica. Spesso si finisce solo per ottenere un bollino rosa o azzurro, così come quando si vuole misurare l’impatto ambientale. Nessuno, di fatto, va a misurare quanto o come si è investito in questi processi. Sono invece per il mainstreaming nella teoria e nella ricerca, cioè il genere è un approccio che non si dovrebbe mai trascurare. Non dovrebbe quindi confinarsi in un reparto di studi specializzato, ma dovrebbe intervenire tenendo conto di quello c’è in campo nel paradigma che si vuole criticare o a cui non ci si vuole riferire. Il mio timore è che gli studi di genere siano emarginati da “chi può”. Questo si nota regolarmente nei convegni: basta che ci sia un paper sugli studi di genere che i due terzi della platea lasciano i lavori. Anche intellettuali raffinati ed attenti si tengono lontani dai temi relativi al genere, considerandoli argomenti secondari. Persiste una resistenza che è difficile superare e che implica disinterebeccalli wajcmansse, svalutazione e in alcuni casi, vero proprio disprezzo. C’è però anche un’autosegregazione da parte degli studiosi e delle studiose di questi temi, soprattutto in passato, quando si ritenevano “studi da donne”. Ora l’autoesclusione non è più così esplicita (basti pensare alla carica di Direttore del Dipartimento di Sociologia a lungo ricoperta da Judy Wajcman, nota per le sue ricerche sul rapporto tra genere e tecnologia, lavoro e organizzazioni), ma si manifesta in scelte più cGilliganomplesse, per esempio quella che associa gli studi di genere alla ricerca qualitativa.

Forse questo è dovuto anche ad un problema di formazione inadeguata rispetto al paradigma di genere?

Certamente si, in un contesto di formazione insoddisfacente, gli studi di genere sono frequentemente trascurati…

La tua esperienza con il Centro di Studi di Genere, il Master sui temi delle pari opportunità  costituiscono ancora uno dei pochi tentativi in Italia di colmare questa lacuna…

È stabeccalli allieveta una scelta che ha implicato grandi fatiche individuali, miei e delle persone che hanno lavorato con me. Secondo me, quando ho deciso di impegnarmi esplicitamente negli studi di genere sono stata automaticamente declassata dai colleghi: essendo stata considerata una giovane promessa, la mia scelta è stata considerata quasi come un venir meno a questa.

Forse ti ha aiutato il fatto che poi hai condotto i tuoi studi applicandoli ai grandi temi della sociologia, quale la rappresentanza… 

Penso, data la mia età, di avere tranquillizzato i colleghi e ripagato le aspettative proponendo gli studi di genere in una modalità non ghettizzante. Dipende forse in parte dalle capacità del singolo guadagnarsi questa possibilità, seppure con grandi fatiche. Complessivamente però, nell’organizzazione e nelle relazioni della comunità scientifica accademica l’attenzione per questi temi era quasi inesistente. SARACENO 2Va detto poi che io, forse per fortuna, ho cominciato tardi ad occuparmi di studi di genere, quando avevo un riconoscimento già acquisito. In questo Chiara Saraceno è stata pioniera, perché è partita allo sbaraglio proprio su questo tema occupandosi di famiglia e di divisione sessuale del lavoro. Lei è stata poi straordinariamente efficiente e, in più, ha abbinato il genere ad una prospettiva nella lettura di temi quali il welfare, la povertà, le generazioni…

Nella recente intervista per la rivista dell’AIS (che apparirà su ELOweb in una versione aggiornata, ndr) dalle sue parole emerge una grande fatica, che la porta a collocarsi quasi come straniera rispetto ai temi dominanti. Trovo molto bello il profilo emotivo personale che vi delinea…

Conoscendo Chiara da molto tempo condivido l’analisi che lei fa di sé. L’aggressività che spesso le viene attribuita è forse più difensiva. Credo che lei, oltre ad essere una straordinaria studiosa, abbia anche combattuto in seno all’accademia per guadagnare per sé, ma anche per tutte le sociologhe,  posizioni precise. Io e Chiara siamo legate da molti anni, eppure abbiamo fatto scelte completamente diverse, che hanno dato luogo a percorsi diversi. Spesso mi interrogo sul perché: da un lato, io non ero per nulla interessata alla partecipazione accademica, non ho mai pensato a questo lavoro come ad una “carriera”. Forse il mio mondo era già sufficientemente proiettato su una grande abbondanza di argomenti, non pensavo alle strutture istituzionali. Ma, soprattutto, mi sono mossa in un contesto in cui la comunità sociologica italiana si andava facendo e la professione del sociologo accademico non esisteva: tra le persone che ti ho citato c’erano straordinari pensatori, ma molti di loro non si sono mai interessati alla carriera universitaria! Per certi versi la nostra esperienza era quasi più bohémien e internazionale e l’università rappresentava solo uno dei possibili campi in cui praticare la sociologia[18]. Per me la scelta era piuttosto di una trasgressione esistenziale e sociale, non il primo passo verso una carriera professionale. Quest’inizio penso abbia segnato anche i momenti successivi della mia vita professionale…

La generazione successiva ha cominciato a sperimentare invece l’idea di una professione e di un percorso che poteva essere seguito all’interno di un sentiero istituzionale già definito. Chiara ad esempio, sebbene arrivata solo tre anni dopo, si è trovata all’interno di un’organizzazione già più definita. Lei poi va a Trento, un posto che rappresentava una sorta di microesperimento, una cosa completamente diversa…

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