#2/2016 – MASSIMO PACI con Emmanuele Pavolini

Il percorso intellettuale di MASSIMO PACI, qui ricostruito con Emmanuele Pavolini, è accompagnato dall’adozione di una prospettiva storica allo studio dei processi sociali. L’imprinting di tale approccio nasce dalle letture nella biblioteca paterna e dalla frequentazione di un ottimo liceo e si sviluppa poi attraverso la frequentazione di prestigiose reti nazionali ed internazionali di studiosi: Touraine e i sociologi del lavoro a Parigi; Pizzorno e il gruppo milanese nodale nell’espansione della sociologia in Italia; Bendix e i colleghi di Berkeley, ai tempi della protesta contro la guerra in Vietnam. Reti che Paci cercherà di coltivare anche a distanza, una volta trasferitosi ad Ancona, ad esempio coi frequenti periodi di ricerca all’estero, o attraverso la partecipazione alla redazione di Stato e Mercato. La sua produzione di ricerca insiste sul riconoscimento, accanto alla coppia concettuale di Stato e Mercato – già affermata presso politologi ed economisti – del ruolo della reciprocità solidale e del Terzo settore nel funzionamento dell’economia e nello sviluppo economico. L’intervista lascia spazio anche alle riflessioni del sociologo sul suo impegno politico, vissuto più da consulente che da policy maker, e sulla sua attività didattica, ritenuta tra le più fruttuose della propria vita accademica e coltivata attraverso un sistematico “spiazzamento delle ovvietà sociali”.
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Raccontaci degli esordi della tua formazione: quale sono state, in ambito familiare o scolastico, le figure di riferimento o gli eventi che ritieni decisivi nell’influenzare la direzione del tuo percorso di studioso?

liceo-viscontiL’avvicinamento alle scienze storico-sociali iniziò già ai tempi del liceo classico a Roma: in particolare, molto formativa fu l’esperienza fatta con un giovane e bravo professore di Storia e Filosofia, che mi fece capire bene Kant, Hegel, Marx, lo storicismo tedesco… Inoltre, in casa avevamo una buona biblioteca, anche di testi di storia economica: la modernizzazione incompiuta dell’Italia e il ruolo del Mezzogiorno furono problemi con cui mi confrontai presto, prima di arrivare all’università. Credo sia questo imprinting iniziale nel mio percorso intellettuale che mi ha poi spinto a ricercare la spiegazione del mondo sociale nei suoi antecedenti temporali o storici.

La biblioteca di casa era stata messa in piedi da mio padre, autodidatta: era stato ragazzo di bottega nell’osteria di mio nonno a Trastevere e fu aiutato da un sacerdote che viveva nel quartiere, il quale gli fece fare le scuole serali e, soprattutto, lo introdusse alla Segreteria di Maria José, recente sposa di Umberto di Savoia. La mia famiglia visse quindi prima per alcuni anni al Palazzo Reale di Napoli (dove sono nato) e poi, durante gli ultimi anni della guerra, al Quirinale di Roma (dove sono cresciuto e rimasto fino alla fine dei miei studi all’università). interno_palazzodelquirinale_6325-2Nonostante usufruissimo di un grande appartamento di servizio al Quirinale, il reddito di mio padre era quello di un impiegato d’ordine e non avevo difficoltà a cogliere la differenza sociale che mi separava dai miei compidea-1958agni di classe al liceo Visconti, allora uno dei migliori licei di Roma. Ma di differenza economica si trattava, non culturale: fin da quando ero bambino, mio padre mi leggeva testi di prosa e soprattutto di poesia, ad alta voce e con un pizzico di retorica di troppo (gli piaceva – ahimè! – soprattutto Carducci). Quando ero ancora all’università mi chiese anche di scrivere qualcosa per la rivista Idea, dove lavorava a tempo perso: così, nel 1956 scrissi il mio primo articolo, sull’istituzione delle regioni in Italia…

 

Come avviene l’incontro con la Sociologia?

Mio padre influenzò anche la scelta di iscrivermi a Giurisprudenza (pensava per me alla carriera diplomatica!). Gli obbedii, anche se non ero molto attratto dagli studi giuridici. Ebbi però la fortuna di incontrare al primo anno alcuni docenti di valore che influenzarono molto i miei passi successivi. Ricordo in particolare Vincenzo Arangio-Ruiz, che insegnava Storia del diritto romano e si rivelò per me molto formativo: mi permise infatti di comprendere le origini storico-antropologiche degli istituti basilari dell’ordinamento giuridico romano (e, dunque, europeo, Inghilterra esclusa). img256Mi laureai nel 1959 con una tesi in Filosofia del Diritto intitolata “Il realismo giuridico nel pensiero di Duguit”[1]. Conclusa l’università, incontrai brevemente Franco Ferrarotti: fu lui che mi suggerì di andare Parigi, con una borsa di studio governativa, che poi ottenni. Era il 1959, la borsa di studio era misera, ma prevedeva un mini-alloggio presso la Cité Universitaire. Mi iscrissi così al Doctorat des Etrangers presso l’Institut des Sciences Sociales du Travail della Sorbona e passai due anni seguendo i corsi di Georges Friedman, Alain Touraine, Jean-Daniel Reynaud, Paul Durand… Respiravo un’altra aria; e scoprii la Sociologia del lavoro. Mi diplomai, discutendo una tesi con Durand sulle forme della rappresentanza operaia di fabbrica (il “picchetto”, il corteo interno, il delegato di reparto, la commissione sindacale…).

 

Dopo il Dottorato parigino, come si realizza il tuo rientro in Italia, a Milano?

trattato-di-sociologia-del-lavoroA Parigi conobbi Bianca Beccalli, alla quale devo molto per l’aiuto che mi diede su tanti piani e anzitutto per stabilire contatti di lavoro a Milano. Fu lei che mi suggerì l’idea (poi andata a buon fine) di proporre alle Edizioni di Comunità la traduzione dei due volumi, da poco usciti in Francia, del Traité de Sociologie du Travail diretto da Georges Friedmann et Pierre Naville (il che mi aiutò a sopravvivere a Milano quell’anno), fu lei che mi presentò ad Alessandro Pizzorno e che mi introdusse al gruppo che in quegli anni contribuì in modo decisivo alla nascita della Sociologia in Italia (come ha lei stessa ricordato nella sua intervista per questo portale). Inoltre, particolare non trascurabile, Bianca mi fece conoscere Paola Vinay, che sarebbe poi diventata mia moglie: anche lei era appena tornata in Italia dagli Stati Uniti e lavorava con Luciano Gallino, all’IRES di Torino…

Ottenni così un lavoro presso l’ILSES (Istituto Lombardo di Studi Economici e Sociali ) di Milano dove, nei primi anni Sessanta, fui ricercatore sotto la direzione di Pizzorno e poi, alla fine di quel decennio, dopo il mio ritorno a Milano dagli Stati Uniti, divenni io stesso, per un paio d’anni, Direttore della Sezione sociologica. Ho conosciuto allora molti di coloro che sono diventati poi amici e colleghi universitari fra cui Guido Martinotti, Laura Balbo, Alessandro Cavalli e Alberto Martinelli. L’esperienza con il gruppo milanese fu importante. I sociologi francesi con cui avevo studiato disdegnavano la sociologia americana perché la consideravano o troppo empirica o troppo astratta (come nel caso di Parsons). A Milano invece in quegli anni la sociologia italiana si stava aprendo a quella americana. Per l’ILSES scrissi numerosi rapporti di ricerca sugli immigrati, il mercato del lavoro, la stratificazione sociale e la mobilità. Questi rapporti di ricerca sono all’origine dei miei primi articoli sui Quaderni di Sociologia.

img251Nel frattemimg261po, Paola ed io ci eravamo sposati, in Campidoglio: era stato un matrimonio civile, cosa che non era ancora molto comune all’epoca e che non fu accolta molto bene, soprattutto da mia madre. E la questione si aggravò quando emerse che noi non avremmo neppure fatto battezzare i nostri eventuali figli! Ma, alla fine, tutti si convinsero che non c’era altra soluzione, perché gli sposi appartenevano a due religioni diverse: uno era cattolico, l’altra valdese (negli anni seguenti, Paola ed io ci siamo divertiti a scoprire l’esistenza di una alta percentuale di matrimoni misti, per religione, nazionalità o etnia, tra i sociologi: ci deve essere una qualche relazione tra le due cose!).

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