#1/2016 – ARNALDO BAGNASCO con Francesco Ramella & Rocco Sciarrone

foto 1Leggendo l’intervista di Francesco Ramella e Rocco Sciarrone si ha l’impressione che nella definizione del percorso intellettuale di ARNALDO BAGNASCO la dimensione dell’intenzionalità abbia sempre la meglio su quella della casualità. Sarà forse che il suo incontro con la nozione di immaginazione sociologica – l’atteggiamento mentale di chi riesce insieme a distinguere e collegare questioni private e problemi pubblici, provando a vivere con consapevolezza e autodeterminazione – avviene presto, prima ancora di quello fortuito con la sociologia (ad un corso complementare tenuto da Luciano Cavalli presso la Facoltà di Giurisprudenza di Genova). In ogni caso sorprende l’abilità con la quale il sociologo ligure (ma torinese per ricercata adozione) riesce a “quadrare i cerchi”, tenendo insieme passione per la ricerca e vocazione didattica; studio del particolare e visione d’insieme; speculazione teorica e impegno pratico; analisi degli sviluppi del capitalismo contemporaneo e tematiche classiche della modernità; sociologia generale e campi di specializzazione – in primis quelli della sociologia economica e urbana, nei quali realizza studi seminali per la tradizione italiana, presto apprezzati all’estero; riservata serietà e generosa ironia (vedi l’inedita ipotesi di ricerca qui suggerita alle nuove generazioni di sociologi…).

CHI E'_lilla

Raccontaci del tuo percorso formativo e del tuo avvicinamento alla sociologia…

Come molti della mia generazione sono arrivato tardi alla sociologia, un po’ per caso, un po’ per scelta. Dopo un buon liceo classico ho avuto esperienze ondivaghe all’università, per approdare, con poca convinzione, alla facoltà di giurisprudenza di Genova. Di quel percorso di studi poche cose son rimaste per me importanti: il robusto corso di diritto costituzionale di Carlo Cereti (un’idea complessiva dimills struttura istituzionale della società) e quello di filosofia del diritto, tenuto da Luigi Bagolini, che ci faceva studiare l’Adam Smith della teoria dei sentimenti morali e il Kelsen della teoria generale del diritto: esplorazioni nei dintorni della sociologia; prima, per conto mio, mi ero già imbattuto nell’antologia di C. Wright Mills Immagini dell’uomo, che mi aveva fatto approdare a L’immaginazione sociologica (un libro che mi intrigava, ma del quale molte cose mi sfuggivano) [1]. Poi trovai, tra i possibili corsi complementari, proprio quello di sociologia, tenuto da Luciano Cavalli, credo ancora professore incaricato in quegli anni di rifondazione della disciplina in Italia. L’esame di Cavalli fu per me il vero ingresso in sociologia e a lui devo in particolare due orientamenti che hanno influenzato tutto il mio percorso successivo: il significato centrale di Max Weber nell’evoluzione della teoria e del metodo sociologico (che studiavamo con il supporto de La struttura dell’azione sociale di Parsons)[2] e la scelta della mia tesi di laurea. Infatti, anche in considerazione dell’interesse di Cavalli per la tradizione élitista, concordammo una ricerca sulla struttura del potere in una comunità della Liguria occidentale[3]: molto di quanto farò in seguito riguarderà l’organizzazione sociale nello spazio e la città.

foto 3Mi laureai nel 1967, in un periodo di grandi passioni e tensioni politiche. Il mio incontro con la sociologia certamente ne risentì: da un lato mi sentivo motivato a fare qualcosa di utile in quelle circostanze, ma più che di un impegno politico diretto sentivo l’esigenza di trovare gli strumenti per comprendere cosa stesse accadendo. In quegli anni conobbi anche Filippo Barbano, che teneva corsi di sociologia all’Istituto di scienze sociali di Genova, istituzione sostenuta dal polo ligure dell’industria pubblica e da ambienti cattolici. Barbano, ordinario a Torino, insegnava a smontare e rimontare teorie sociali, e quanto agli effetti duraturi, questi erano radicati in particolare nella via d’ingresso che suggeriva: Teoria e struttura sociale di Robert Merton [4], che leggevamo nell’edizione italiana da lui curata, cbonazzion una densa introduzione. Tra gli amici che studiavano all’Istituto in quegli anni incontrai Giorgio Sola, più giovane di me, che si orientò poi con successo alla scienza politica[5].

All’Istituto veniva anche da Torino Carlo Marletti, il quale mi segnalò a Giuseppe Bonazzi: lui, da poco libero docente, aveva allora sostituito Paolo Farneti nell’insegnamento di sociologia alla Scuola di amministrazione industriale, e stava progettando una ricerca sullo stato dell’organizzazione in Italia finanziata dal Cnr. Accolto da Bonazzi nella squadra di ricerca, passato l’esame e dopo un pranzo in piola dove conobbi i tomini elettrici, ottenni una borsa del Ceris (il Centro di ricerche sull’impresa e lo sviluppo della Scuola).

Così, nell’estate del 1968, mi trasferii con mia moglie Laura a Torino[6]


foto 2Che esperienze fai a Torino?

In quei primi anni pendolavo fra Scuola di amministrazione (con qualche compito anche di assistenza all’insegnamento) e Facoltà di Scienze politiche (dove lavorava una folta schiera di sociologi). In quegli anni la Scuola era un ambiente interessante e dotato di risorse[7], in presa diretta con il Cnr, dove trovai Darko Bratina (che divenne un amico fraterno, perduto troppo presto)[8] e altri giovani ma già affermati economisti (come Giovanni Zanetti, Enrico Filippi, Gian Maria Gros Pietro). Il geniale e immaginifico Federico M. Pacces, fondatore e direttore della Scuola, dava corda a noi sociologi, usandoci per épater les bourgeois e i suoi aziendalisti. Il progetto sullo stato dell’organizzazione si concretizzò presto in una ricerca sulle condizioni e le ragioni dello stentato sviluppo in provincia di Salerno. Al gruppo si unì Salvatore Casillo, che si stava laureando a Trento.

 

Rimpiango che non si siano date le condizioni per un mio periodo di formazione all’estero. Quando nel 2014 ho ricevuto il titolo di Dottore di ricerca honoris causa dell’Institut d’études politiques di Parigi i miei due figli hanno commentato: “Era ora: finalmente arrivi al nostro grado di formazione!”. Ho sempre pensato, tuttavia, che l’opportunità di un lungo periodo passato a lavorare gomito a gomito, ogni giorno, con un provetto ricercatore come Bonazzi, collaborando in tutte le fasi di un’ampia ricerca sul campo, dall’esplorazione teorica al progetto, all’esecuzione, sino alla stesura di alcuni capitoli del volume conclusivo, sia stato per me l’equivaletre italiente funzionale del dottorato. Terminata e pubblicata la ricerca, il gruppo si sciolse e poco dopo trovai una borsa per il progetto sul sistema imprenditoriale italiano della Fondazione Agnelli[9].


E’ in questo periodo che prendono forma le tue prime idee sulla Terza Italia? 

In effetti è così. Il programma, diretto dall’economista d’impresa Roberto Artioli, contava sulla collaborazione di valenti specialisti di diversi ambiti disciplinari (come lo storico economico Giuseppe Are, il geografo Berardo Cori, lo statistico Ermanno Jallà, e altri ancora). Nel Rapporto finale del 1973 abbozzai un primo schema delle Tre Italie, che sarebbe poi cresciuto e diventato un libro.

Alla presentazione del Rapporto le cose non andarono del tutto lisce: ci fu chi chiese se il passaggio da una visione in due a una in tre dello sviluppo italiano non nascondesse una nuova astuzia di Agnelli, una strategia di accantonamento del Mezzogiorno; ma l’anziano, autorevole statistico Giuseppe Parenti gratificò di “ingegnoso” il modello. RAPPORTOFu un periodo dinamico della Fondazione, che offriva l’opportunità di incontrare scienziati sociali italiani e di altri paesi. In occasione di un seminario venne Massimo Paci, che mi regalò alla fine la copia che aveva con sé di Mercato del lavoro e classi sociali in Italia, appena pubblicato, di cui aveva parlato. A uno dei convegni conobbi anche Augusto Graziani, che poi pubblicherà nella sua innovativa antologia sull’economia italiana un articolo, scritto con Marcello Messori, che aveva come titolo La logica della piccola impresa nello sviluppo capitalistico)[10].

Quel primo periodo di Torino era però alla fine: qui avevo vissuto, con le esperienze che ho detto, quella fase della sociologia economica italiana nel crogiuolo, in cerca della sua strada nell’ambito della tradizione delle scienze sociali, che nel lavoro di molti di noi giovani mescolava in dosi diverse ingredienti marxisti e propriamente sociologici. L’equilibrio ricercato tra critica sociale e distacco analitico spesso non riusciva a districarsi all’interno delle molteplici contraddizioni, quando ancora si sentiva l’eco della dicotomia “sociologia borghese – marxismo proletario”. Presso la Fondazione Agnelli, terminato il Rapporto, avevo avuto la possibilità di continuare l’esplorazione sull’impresa minore con Marcello Messori, promettente studente seguace di Claudio Napoleoni laureatosi di lì a breve in sociologia a Trento. Con Marcello esplorammo tre distretti dell’Emilia-Romagna e, poco più tardi, a noi si aggiunse Carlo Trigilia, allora assegnista all’Università di Firenze, dove avevo ottenuto l’incarico.

bag trigilia messoriCi univa l’idea che si potevano individuare delle “problematiche dello sviluppo italiano”, le chiamavamo così, che riguardavano temi particolari, sui quali confluivano contributi provenienti da discipline diverse: nuovi termini della questione meridionale, modello di sviluppo, mercato del lavoro e classi sociali, decentramento produttivo… Ci sembrava che valesse la pena provare a capire questa movenza della ricerca, nella quale si formavano linguaggi operativi relativi agli oggetti, che si omogenizzavano intorno a un riferimento più o meno esplicito ai rapporti di produzione. Il risultato fu un libro a tre mani che uscì più tardi da Feltrinelli, nel 1978, con il titolo Le problematiche dello sviluppo italiano. L’anno precedente usciva per i tipi del Mulino Tre Italie: la problematica territoriale dello sviluppo italiano. Prende forma in quegli anni la prospettiva che orienterà il mio percorso successivo: la sociologia intesa come ponte fra prospettive disciplinari diverse e l’analisi territoriale come tipica pratica di tale prospettiva.

 

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