#1/2016 – ARNALDO BAGNASCO con Francesco Ramella & Rocco Sciarrone

Non ci hai detto come arrivasti a Firenze …

Devo allora fare un passo indietro e tornare a Genova. Poco dopo la laurea, mi ferma per strada Cavalli e mi dice che avrei dovuto continuare a occuparmi di sociologia: gli dispiaceva di non avere per il momento qualche sistemazione da offrire, ma – disse – mi avrebbe tenuto a mente. foto 5L’occasione arrivò nel 1973, quando Cavalli dirigeva l’Istituto di sociologia del Cesare Alfieri di Firenze: mi offrì un incarico annuale parlando di sociologia del lavoro; gli risposi che mi suonava meglio sociologia economica… Dopo due anni di pendolarismo, nell’autunno del 1975 mi trasferii a Firenze con la mia famiglia.

Nel nuovo ambiente incontrai diversi sociologi, fra i quali, più vicini ai miei interessi, Paolo Giovannini (che già avevo conosciuto a Genova), Franca Alacevich (destinata a diventare la prima donna al timone di quella veneranda Facoltà), e Carlo Trigilia (da poco laureato, con il quale cominciò subito una collaborazione, come ho detto prima). Completai la stesura di Tre Italie, ma poi con Carlo pensammo di progettare un’ampia indagine che sviluppasse la conoscenza del singolare modello regionale di sviluppo nel quale ci si era imbattuti. Fra gli economisti era stato Giacomo Becattini a ricondurlo teoricamente all’idea di distretto industriale di Alfred Marshall, studiando la Toscana; Sebastiano Brusco faceva osservazioni analoghe in Emilia.

Come ha influito sul vostro lavoro l’incontro con gli economisti distrettualisti?

A volte era difficile distinguere il nostro dal lavoro di quegli economisti dotati di sensibilità ad aspetti sociali; provando a farlo, direi in breve che l’intenzione che maturammo si distingueva dalla loro perché questi pensavano a un’economia con la sua società, noi piuttosto a una società con la sua economia; ma era facile capirci e collaborare. Becattini avrebbe tenuto in seguito aperto un luogo prezioso di interazione con le Settimane di Artimino, nelle quali ci trovavamo a discutere anche con operatori economici e politici, e si svolgevano attività di formazione. Qui trovavo anche Enzo Rullani, già conosciuto in occasioni della Fondazione Agnelli. trigilia Come già avevo fatto in Tre Italie, il punfoto 7to nuovo da considerare era per noi l’idea che una ampia area regionale – il Centro-Nord-Est – potesse nel suo insieme essere considerata come una forma emergente di sviluppo, del quale provare a costruire un modello. La cosa era interessante, perché toccava le trasformazioni post-fordiste, senza ridurle al decentramento produttivo della grande industria: era un’altra storia che si metteva in moto. In quegli anni di transizione, dopo i “Trenta gloriosi”[11] e prima della decisa svolta neoliberista, ci trovavamo su un terreno da coltivare incontrando diverse strumentazioni teoriche e direttrici di ricerca empirica, con la possibilità di selezionare e assemblare gli elementi di queste che servivano. Se all’inizio per considerare la società locale nel suo insieme si faceva vagamente riferimento ai suoi aspetti e problemi di integrazione sistemica e sociale, lo schema analitico definitivo fu più chiaro introducendo la prospettiva di diversi meccanismi di regolazione, in combinazione e tensione fra loro.

Una prima operazione di ricerca, in cui maturarono anche le ipotesi di lavoro, fu sostenuta dalla Fondazione Feltrinelli, che pubblicò i risultati in due dei suoi Quaderni. Il passo successivo fu un piano di ricerca che prese forma come indagine comparativa in due aree tipiche di Veneto e Toscana, scelte perché molto caratterizzate da un’economia diffusa di piccola impresa, nei settori più tipici in cui questa si manifestava, e in considerazione della particolarità di un sistema politico a netta e costante dominanza, l’una cattolica, l’altra comunista, una forma politica che si distingueva nettamente dal bipartitismo imperfetto del resto del paese. L’indagine sul campo era immaginata con interviste a imprenditori, operai, categorie di ceto medio, politici. Richiedeva finanziamenti adeguati, e di stabilire rapporti di fiducia con ambienti diversi, anche in tensione fra loro. L’insieme ebbe un finanziamento Cnr di base, ma l’indagine in Veneto utilizzò contributi della Regione Veneto e del Comune di Bassano; quella in Toscana fu sostenuta dall’Irpet, l’Istituto di ricerca della Regione. Fu un lungo lavoro, le rilevazioni arrivarono nei primi anni Ottanta, e la pubblicazione dei due rapporti ormai a metà del decennio[12]. Ancora dopo pubblicammo due libri in cui si sintetizzavano e teorizzavano le esperienze fatte. Non voglio dimenticare che fra i collaboratori della ricerca a un certo punto entrò anche il giovane Ilvo Diamanti.

UninaMezzocannoneNel frattempo il mio rapporto con l’Università di Firenze si era chiuso, perché avevo vinto il concorso a cattedra di sociologia economica e nel 1980 ero stato chiamato a Napoli, dove rimasi due anni, riprendendo contatto diretto con il Mezzogiorno.
Qui conobbi diversi nuovi colleghi, anche se in condizioni logistiche difficili. Riccardo Scartezzini mi portò a visitare la sede appena attrezzata nel ristrutturato settecentesco Real Albergo dei Poveri, mostrandomi quello che sarebbe stato il mio nuovo ufficio; tornato a casa, il giorno dopo vidi al telegiornale che tutta la nostra ala era crollata a causa del terremoto… Fummo ospitati alla Facoltà di Economia, dove ebbi anche l’occasione per rinsaldare il rapporto con Augusto Graziani; successivamente fummo trasferiti provvisoriamente a Mezzocannone, ma nel 1982 si offrì l’opportunità di un ritorno a Torino, dove Guido Martinotti lasciava la sua cattedra di sociologia urbana perché chiamato a Milano.

 

E’ stato questo nuovo incarico ad offrirti l’opportunità di affrontare i temi della città e del fenomeno urbano?

Sì. Il nuovo insegnamento comportava che dovevo studiare per fare un ponte fra sociologia economica e sociologia urbana, posto però che avevo alle spalle esperienze di studi di società locale.

foto 8hannertzLa cosa mi occupò negli anni successivi, mentre continuavo il lavoro di ricerca, che stava spostandosi anche in altre direzioni. D’altro canto devo dire che come mi era spesso capitato, coltiverò in quegli anni la sociologia urbana anche per vie inconsuete. Ricordo così di aver introdotto in Italia i lavori di Ulf Hannerz, facendo tradurre il suo straordinario libro fondativo dell’antropologia urbana Exploring the City[13], con un’ampia presentazione intitolata La ricerca urbana fra antropologia e sociologia nella quale notavo che Hannerz non solo ritrova l’intrico delle origini fra sociologia e antropologia, ma riconosce sovrapposizioni e sentieri che si incrociano. Osservavo poi che un confronto con Hannerz riproponeva il problema della specificità e dei confini interni, oltre che esterni, della sociologia urbana. Di seguito facevo qualche mossa riguardo a questo problema riprendendo tre influenti idee esemplari di città dei classici: la città come una specie di organismo spaziale, l’ecologia urbana di Robert Park; la città come società locale in Max Weber; la città come luogo della modernità in Georg Simmel. Consideravo poi la tradizione importante e istruttiva al riguardo degli studi di comunità, in quanto studi di societàcities locale. Arrivavo infine a fermare le idee con il dilemma se e in che misura si sia sedimentata una teoria specifica delle società locali, oppure se il campo di studio della società locale sia formato piuttosto da un interesse particolare, che trova i suoi strumenti formali di analisi altrove, o anche principalmente altrove. Al riguardo entrava anche in gioco la ripresa di interessi della teoria sociologica, in quegli anni, per la dimensione spaziale (Giddens, Luhmann). Forse quel dilemma è una questione di misura, di peso da dare alle due prospettive, che resta però apertsocietes urbaines l'harmattano come possibile tema di ricerca. Alla fine, potremmo in effetti anche trovare che la sociologia urbana è più un particolare stile di lavoro nell’uso degli strumenti della sociologia che un corpo di teoria autonomo. Non si tratterebbe di una sociologia a-spaziale da un lato, e di una sociologia applicata al territorio, dall’altro, ma in senso pieno di una parte della sociologia. Anni dopo, non ho granché cambiato le idee al riguardo, e mi sono invece convinto di una loro implicazione. Sappiamo che la tendenza della sociologia a differenziarsi in molte direzioni corre il rischio di incomunicabilità fra le diverse specializzazioni. Proprio per quanto detto, mi sono convinto che gli studi di sociologia urbana e regionale costituiscano un ambito strategico di lavoro per contrastare queste derive dissolventi, al quale affidare compiti importanti per mantenere unita la ricchezza della tradizione sociologica.

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