#1/2016 – ARNALDO BAGNASCO con Francesco Ramella & Rocco Sciarrone


S&MCome avviene invece il tuo incontro con Stato e Mercato?

Si tratta di un’esperienza per me davvero cruciale sul piano scientifico. Un gruppo di economisti, politologi, giuristi e soprattutto sociologi, dopo alcuni incontri preparatori, arrivò a definire orientamenti e dispositivo di una rivista, in una prospettiva di indagine che sembrava non ancora praticata in Italia. La rivista fu accolta dal Mulino. Il primo numero uscì nel 1981, all’inizio cioè di un decennio in cui alla crisi dei contratti sociali del dopoguerra fece seguito la de-regolazione neoliberista. Proprio questo passaggio stimolava nuovi orientamenti di ricerca, in particolare a sociologi dell’economia. Il gruppo originario comprese subito giovani ricercatori italiani e affermate figure note in ambito internazionale. Alessandro Pizzorno fu il più influente tramite sia con la tradizione precedente, che con l’ambiente americano e europeo. Fra i primi riferimenti e collaboratori internazionali si trovavano Peter Lange, Suzanne Berger, Giovanni Arrighi, Colin Crouch, Charles Mayer, Claus Offe, Michael Piore, Sidney Tarrow, Philippe Schmitter e diversi altri political economist di primo piano. Primo direttore fu Massimo Paci, con un comitato di direzione che, oltre me, comprendeva Marzio Barbagli, Sabino Cassese, Gian Primo Cella, Carlo Donolo, Alberto Martinelli, Gianfranco Pasquino, Antonio Pedone, Angelo Pichierri, Marino Regini, Emilio Reyneri, Michele Salvati, Giulio Sapelli, Carlo Trigilia, Vittorio Valli (una bella foto di gruppo dei partecipanti italiani ed esteri al seminario organizzato nel 1986 a Bellagio dalla rivista Stato e Mercato con il Congrips è disponibile nell’intervista a G.P. Cella, ndr.).

Nel corso del tempo la rivista ha toccato temi come l’impatto dei sistemi di rappresentanza degli interessi sulle politiche pubbliche, le varietà di capitalismi osservati comparativamente, il funzionamento dei diversi sistemi di welfare-state, le radici sociali dell’innovazione economica. Si trattava di un percorso che privilegiava la ricerca empirica, orientata da strumenti teorici provenienti da filoni disciplinari diversi, ai quali pure contribuiva. Per questa via accompagnava una tendenza internazionale di ridefinizione della political-economy contemporanea, in ottica comparativa. Adesso non mi dilungo sulla natura e gli sviluppi dell’esperienza…[15] Molti negli anni si sono aggiunti fra i collaboratori e una nuova generazione ha assunto oggi la responsabilità della rivista; si confronta con la tenuta della possibile regolazione economica e sociale (il marchio della rivista) in epoca di avanzata globalizzazione e finanziarizzazione, in un contesto complessivo di disordine e crisi, più difficile di quello in cui avevamo lavorato noi all’inizio. Per quanto mi riguarda, ho trovato nell’ambiente di Stato e Mercato decisive risorse conoscitive e di metodo, e sono fra chi a provato a comprendere nei quadri interpretativi della regolazione anche lo specifico della regolazione urbana e regionale.

Avendo parlato di Stato e Mercato conviene qui aggiungere un rapporto di lunga data più generale con Il Mulino, anche questo per me di grande significato: non solo ho pubblicato con la casa editrice molta parte dei miei libri, ma sono stato accolto nell’Associazione, ho frequentato le assemblee e in tempi diversi ho svolto attività nel suo Consiglio direttivo e nel Comitato editoriale. Sono lieto di aver partecipato per lungo tempo a questa singolare impresa culturale collettiva…

corso sociologia

Una casa editrice che ti ha chiesto anche di scrivere degli importanti manuali di sociologia. E questo solleva il tema della didattica: quanto è stata importante questa dimensione nella tua esperienza di sociologo accademico?

Il lavoro realizzato con Cavalli e Barbagli su sollecitazione della casa editrice Il Mulino, per la pubblicazione di un manuale di sociologia è cresciuto tra continui confronti di verifica tra noi, sia nella stesura dei singoli capitoli, sia dell’insieme che prendeva forma. Proprio per sottolineare questa opera di unificazione dell’opera e dei linguaggi decidemmo di non indicare gli autori dei capitoli, come invece si usa fare. Una delle idee di base era che si dovesse trattare di un manuale ‘italiano’, nel senso che dovesse rispecchiare argomenti di rilevanza particolare per il nostro Paese, e temi della sociologia internazionale visti dalla prospettiva della sociologia come era cresciuta in Italia.

La didattica è sempre un po’ anche attività di ricerca: chi di noi non si è accorto, proprio preparando una lezione, che gli argomenti dei quali era sicuro alla prova dell’aula apparivano molto meno chiari e precisi, richiedendo una ridefinizione? La didattica resta in ogni caso, oltre alla ricerca, l’altra attività fondamentale della professione accademica. Per quanto mi riguarda, mi è sempre piaciuto insegnare, anche se a volte in condizioni difficili, e ho dedicato a questo molto tempo. Un’idea che mi sono fatto, e che vorrei comunicare, è che se l’autonomia dell’insegnamento è un grande valore irrinunciabile, incrociare e dare forma complessiva ai contenuti e metodi formativi di docenti diversi, eventualmente anche in tensione fra loro (cosa della quale pure farsi carico) è un valore altrettanto importante, spesso disatteso. Credo che nell’onorare insieme i due valori tutti noi siamo portati a sottovalutare il secondo rispetto al primo, qualche volta anche rubricando sotto la voce libertà di insegnamento altre cose.foto 20

Ho avuto esperienze di insegnamento in università e istituzioni diverse, di diverso contenuto e livello: da affollati corsi introduttivi, a corsi specialistici, a dottorati… Per affinare la sensibilità didattica, ma non solo, la varietà di esperienze è molto utile, specie quelle all’estero. Per il Corso di laurea specialistica (ora magistrale) in sociologia di Torino progettammo coi colleghi delle quattro Facoltà dove si insegnava sociologia nel triennio (Scienze politiche, Lettere, Magistero, Economia) un’offerta formativa solo e strettamente di tipo sociologico, che però si innestava su una gamma prevista molto ampia di percorsi triennali, di studenti provenienti da facoltà diverse. Il primo anno accademico di attivazione fu il 2002-2003: si trattava dunque di una sperimentazione precoce della nuova legislazione, con tutti gli inciampi e le inesperienze del caso. Nella proposta si incardinava anche un punto di metodo, vale a dire l’itraccedea che la sociologia, come disciplina orientata ad applicare canoni del metodo scientifico allo studio in generale delle relazioni e interazioni sociali, ha dato le sue prove migliori quando è stata capace di mantenere insieme preciso rigore disciplinare e capacità di dialogo interdisciplinare. Quanto allo sviluppo di capacità professionali, ne discendeva l’opportunità di sperimentare diversi percorsi formativi in funzfoto 24ione di un mercato del lavoro molto differenziato e mutevole come quello contemporaneo. Potevano dunque iscriversi, senza debiti formativi, studenti provenienti da percorsi più vicini, ma anche, con pochi debiti, da altri percorsi. Il primo anno accademico di attivazione fu il 2002-2003: si trattava dunque di una sperimentazione precoce della nuova legislazione, con tutti gli inciampi e le inesperienze del caso. Il corso ebbe una grande affluenza in quei primi anni in cui le lauree specialistiche erano ancora poche; presto le condizioni sarebbero cambiate, anche perché un orientamento aperto come il nostro entrava in tensione con quello più specifico e più direttamente professionalizzante proposto dai molti altri corsi offerti. A queste nuove condizioni si è adattato in seguito il corso, ancora attivato.

Devo però dire del passaggio alla Facoltà di Lettere. L’occasione immediata fu il pensionamento di Anna Anfossi, che aveva tenuto con grande rigore la cattedra di sociologia per molti anni in quella Facoltà. Era stata Anna a sollecitarmi e a proporre la mia candidatura. Per parte mia, avevo da qualche tempo maturato il desiderio di un insegnamento di sociologia generale, legato anche al fatto che coltivavo, da qualche anno, rinnovati interessi alla teoria e al metodo sociologico. Passai dunque alla nuova Facoltà nell’anno accademico 1996-1997, e qui rimasi sino al pensionamento a novembre 2010. In realtà posso forse dire che diversi miei lavori si sono mossi fra teoria e ricerca; penso, per esempio così di Tracce di comunità: temi derivati da un concetto ingombrante, o di Società fuori squadra: come cambia l’organizzazione sociale. Considerati insieme, li penso come una riproposta della vecchia dicotomia comunità-società.

foto 25

foto 26Sono poi particolarmente affezionato a Prima lezione di sociologia, pubblicata nel 2007 nella collana delle “prime lezioni” di Laterza, dove l’editore sollecita chi scrive a rendere soprattutto, e non solo a specialisti della materia, quella che a lui sembra la cifra di una disciplina [16]. Non sono un teorico, o uno storico della sociologia. Penso piuttosto di aver provato a tenere insieme in mano filo della teoria e filo della ricerca, intrecciandoli in lavori con i quali provavo a tessere qualche conoscenza del cambiamento sociale. Ciò è anche evidente, credo, nel lavoro che mi ha impegnato nell’ultimo decennio. Il sostegno per questo è venuto dal Consiglio Italiano per le Scienze Sociali, uno degli eredi del mitico Cospos dei primordi della rinascita sociologica in Italia, che – con alterne fortune – è giunto sino a oggi promuovendo ricerche per ceto mediosensibilizzare opinione pubblica e istituzioni politiche su temi giudicati rilevanti per la modernizzazione del Paese. Si è trattato di un programma di studio che ha interessato ricercatori di diverse università, che con ricerche autonome ma coordinate hanno affrontato la “Questione del ceto medio”, ovvero la crisi delle classi medie alla fine del secolo. L’intreccio fra interessi teorici e di ricerca empirica si ritrova nei volumi pubblicati, dedicati alla costruzione del ceto medio nell’opinione pubblica e in politica, agli aspetti generazionali della questione, alle trasformazioni del lavoro indipendente, ai consumi e allo stile di vita. Per parte mia avevo curato un libro collettivo iniziale sul perché e come occuparsi di ceto medio, e tenuto poi il coordinamento dell’insieme[17].

Posted in Interviste, precedenti, SISEC News.