#1/2018 – MICHELE LA ROSA con Barbara Giullari

Per una curiosa coincidenza, nel percorso professionale di MICHELE LA ROSA – qui ricostruito con Barbara Giullari – ricorrono i telefoni. Ancora studente, è assunto presso la Società italiana per l’esercizio telefonico (SIP), prima da impiegato, poi da dirigente. Una telefonata di Achille Ardigò, maestro accademico e di vita, lo devia verso la carriera universitaria, scalata dal gradino di assistente volontario fino ai vertici, ricoprendo importanti cariche accademiche. Ancora ad una telefonata è associato il ricordo della nascita della “sua rivista”, oggi quarantenne: Sociologia del lavoro, partita per colmare il ritardo col quale la disciplina si afferma in Italia, ma con un respiro interdisciplinare ed internazionale. Ciò che caratterizza tale percorso è però un impegno professionale vissuto prima di tutto come impegno civile e sociale: dove lo studio del tema del lavoro è sviluppato in riferimento alla sua dimensione qualitativa e alle sue trasformazioni empiriche; dove l’attività didattica e divulgativa è intesa come missione educativa all’interno di una concezione della trasmissione del sapere finalizzata alla formazione personale e sociale delle nuove generazioni.

Mi racconti come è iniziato il suo percorso accademico…

L’inclinazione per una prospettiva socio-economica mi ha accompagnato fin dai tempi del liceo scientifico [1]. All’esame di maturità liceale riportai ottimi risultati in matematica e fisica, ma anche in filosofia e storia: un mix tra scienze esatte e scienze umane che orientò anche la successiva scelta universitaria, che ricadde sulla Facoltà di Economia e Commercio di Bologna. Anche l’interesse e il coinvolgimento per l’insegnamento di matematica applicata che mio padre aveva praticato a Rimini, presso le scuole industriali, è stato un altro elemento molto significativo, che in parte forse spiega perché non interruppi mai il rapporto con l’Università e la didattica, anche negli anni in cui affiancai l’impegno lavorativo a tempo pieno allo studio universitario e, successivamente, alle prime collaborazioni accademiche.

Iniziò dunque a lavorare prima di laurearsi?

Si, poco dopo essermi iscritto all’università: il fatto che mio padre fosse nel frattempo deceduto lo rese necessario… Trovai impiego alla SIP: lavoravo come notturnista e questo si conciliava con la frequenza delle lezioni universitarie. Mi sono laureato nel 1960 in Politica economica con il professor Paolo Fortunati, con una tesi su “L’informatizzazione in statistica” e in particolare, a partire dalla mia esperienza lavorativa in SIP, al ruolo che avevano le analisi statistiche nel passaggio dal traffico telefonico manuale a quello automatico. All’epoca non esisteva una Facoltà di Statistica e Fortunati era titolare di tre diversi insegnamenti: Statistica 1, Statistica 2 e Politica economica presso la Facoltà di Economia e Commercio appunto, che era molto diversa da come divenne in seguito. Fortunati aveva individuato le risorse per trasformare Economia e Commercio in una sorta di “facoltà sperimentale”, prodromo da cui poi ne nacquero due: quella di Economia e quella di Statistica. L’équipe di Fortunati era molto variegata, c’erano Adolfo Gili e Italo Scardovi, il primo di impostazione più statistica, il secondo con un orientamento socio-economico. La sociologia, infatti, non esisteva ancora come insegnamento vero e proprio: il primo insegnamento di sociologia fu affidato ad Achille Ardigò presso la Facoltà di Magistero di Bologna.

Come ricorda gli anni universitari?

Oltre che nello studio e nel lavoro, i miei anni universitari mi videro impegnato nella rappresentanza studentesca universitaria nelle file di Intesa Universitaria, associazione di matrice cattolica (che si contendeva il campo con Magistratus, l’associazione dei laici), di cui divenni presidente. Furono anni di intenso confronto politico giocato, per quello che mi riguarda, in una posizione di cattolicesimo dossettiano, intensamente votato all’impegno sociale e a favore, rispetto al governo universitario studentesco, di una collaborazione con i laici, posizione che si rivelò minoritaria, tanto che nel 1959 lasciai l’Intesa. Ciò che caratterizzò quell’esperienza fu senz’altro la presenza (per noi molto preziosa) di Ardigò, che incontrai e conobbi proprio in quegli anni.

Cosa ha rappresentato per lei la figura di Ardigò?

Ricordo che il rapporto che abbiamo avuto in ambito politico caratterizzò non poco il successivo rapporto accademico, proprio perché in politica gli scambi sono più concreti e robusti, in qualche modo, lasciano sempre il segno… e lo lasciarono, ma con implicazioni forse più formali che sostanziali. Achille Ardigò rimane “il mio maestro” accademico, ma oserei dire anche di vita, per la coerenza che sempre perseguiva nell’Università, ma anche nella vita e soprattutto nel sociale… Del resto la prima telefonata per chiedermi se volevo fare l’assistente volontario interno fu proprio la sua: una telefonata che mi ha cambiato la vita e della quale gli sono ancora grato. Ma lasciamo alla memoria privata i ricordi personali, che tali devono rimanere…

Fu dunque da una telefonata che nacque il suo percorso da sociologo?

In realtà ho sviluppato fin dalla giovinezza un orientamento per le scienze sociali, perché la nostra cultura cattolica era una cultura sociale. Veramente, in quel periodo – sto parlando della fine degli anni Sessanta – credevamo di cambiare il mondo e allora l’interesse per le scienze sociali derivava dall’impegno sociale che noi avevamo. Condividevamo forti valori, in parte definibili rigidi, ma valori in cui credevamo e che pensavamo potessero cambiare il mondo. Quindi questa è sempre stata un’area sommessamente privilegiata, proprio partendo dall’impegno civile.

Dall’incontro con Ardigò e, successivamente, con Pietro Bellasi la sociologia mi parve appunto un elemento di trasformazione, e studiare le scienze sociali poteva voler dire non solo capire la società, ma anche capire per potere trasformarla. Bellasi poi, in specifico, fu quello che mi mise in contatto concretamente con la disciplina ed insegnando Sociologia del lavoro era anche per me più rispondente alla mia situazione occupazionale. Devo a lui i primi avvii disciplinari, i primi studi, le prime indicazioni bibliografiche sui classici di sociologia, che subito mi misi a studiare…

A quel tempo il contesto sociale e politico bolognese era particolarmente favorevole. Avevamo avuto Giuseppe Dossetti, la pubblicazione del Libro Bianco (il cui autore fu soprattutto Ardigò), la promozione dei Quartieri e il Centro di Studi che aveva fondato Ardigò era per noi un polo di attrazione fondamentale. Fu per me anche lo stimolo ad approfondire i problemi sociali ed a studiarli sociologicamente.

E ciò avvenne anche grazie all’esperienza nei cosiddetti Gruppi spontanei, generalmente cattolici, nati anche dopo la crisi dell’Azione Cattolica, oltreché dalla forte componente sociale e comunitaria del contesto del momento. Fu un momento forte di arricchimento: il Gruppo bolognese – che aveva preso il nome di Presenza – comprendeva molti amici, che ricordo ancora oggi in maniera viva, e che tutti poi più o meno fecero carriera in molti ambiti: da quello universitario, come Andrea Cammelli, a quello sociale, come Benedetta Davalli (che vorrei ricordare qui in special modo perché scomparsa improvvisamente nel giugno 2017) e quello che poi divenne suo marito Enrico Leoncini, andato poi a Roma a perseguire la carriera amministrativo-dirigenziale pubblica, ed altri ancora (non vorrei escludere nessuno, per cui li ricordo comunitariamente tutti, perché tutti sono ancora nel mio cuore, nella mia mente e nella mia memoria). Tra le varie attività pubblicammo una rivista ciclostilata che a quei tempi era anche ben diffusa. Tutti facevamo ideale riferimento a Wladimiro Dorigo, storico veneziano, il quale organizzò anche una sorta di convegno di questi Gruppi allora sparsi in tutto il Paese.

 Cosa accadde dopo la famosa telefonata di Ardigò?

Nel frattempo, nel 1962, mi ero sposato[2] e continuavo a lavorare in SIP, dove da impiegato sono arrivato ad essere capo sezione, responsabile del traffico in un momento molto interessante perché si stava tutto informatizzando. In quegli anni Ardigò mi avviò, insieme a Pietro Bellasi e a Giovanni Pellicciari, all’attività di ricerca per conto di varie istituzioni sociali ed economiche (come il CNEL ad esempio), facendoci crescere intellettualmente e scientificamente, anche inviandoci all’estero in esperienze che per quei tempi erano molto preziose. Ovviamente ci mandò in Gran Bretagna, dove seguimmo un corso di inglese (già a quel tempo ci raccomandava la conoscenza indispensabile di questa lingua per i contatti internazionali, che ci fu realmente estremamente preziosa) e per imparare SPSS, una metodologia all’epoca avanzata di elaborazione elettronica (allora ancora ai primordi) che poi noi facemmo utilizzare ai nostri primi studenti-laureandi per la elaborazione di dati nelle ricerche svolte in occasione delle tesi.

A partire dal 1968 l’attività scientifica e didattica si fece più sistematica grazie alla collaborazione con Pietro Bellasi e all’attribuzione degli incarichi di Sociologia del lavoro e dell’industria e poi anche di Sociologia generale presso la Facoltà di Scienze Politiche di Bologna. Quest’ultimo insegnamento l’ho mantenuto solo per qualche anno, poi passò al collega Everardo Minardi: era un corso dedicato agli studenti lavoratori e quindi veniva tenuto in ore serali e anche per queste sue caratteristiche è stata esperienza per me molto significativa, sotto molti punti di vista.

Poiché già da qualche anno ero assistente volontario, un giorno Ardigò mi chiese «Vuol venire a lavorare con noi?» e aggiunse: «Vada a lavorare con Pellicciari e con Bellasi», che stavano organizzando un convegno sulla partecipazione. Quello fu un momento che diede un grande impulso al nostro percorso e al dibattito che si stava sviluppando sul rapporto tra lavoro e tecnologia in seno alle diverse tradizioni di analisi. Il Convegno internazionale si svolse a Bologna nel 1969 e fu intitolato Problemi della partecipazione e autogestione operaia. Il primo libro cui ho collaborato è stato proprio Fabbrica e società, curato da me, Pellicciari e Bellasi e che raccoglie gli atti del convegno. Fu per noi uno sforzo organizzativo e scientifico enorme per promuovere il dibattito intorno al rapporto tra tecnologia e lavoro e sostenere la posizione intorno alla quale ruotavano le nostre riflessioni e che potremmo sintetizzare in questo modo: se le trasformazioni tecnologiche erano essenziali per liberare il lavoro, questo potenziale liberatorio si poteva esplicare solo con la partecipazione e il coinvolgimento nei luoghi di lavoro, fine e strumento al tempo stesso.

Nel frattempo, avevo dato le dimissioni dalla SIP e quando andai all’ufficio di collocamento (avevamo ancora i libretti di lavoro) e gli impiegati videro quello che prendevo all’università e quello che prendevo invece alla SIP dissero: «O è matto, o ha vinto al Totocalcio!»

Mi racconti come si inseriscono le ricerche del suo gruppo di lavoro all’interno del dibattito internazionale contemporaneo sul rapporto tra lavoro e tecnologia.

Allora, Bellasi era solito andare a Parigi dai suoi “amici socio-lavoristi” e in un’occasione in cui andai con lui mi fece conoscere Pierre Naville: davvero un personaggio, con tutte le caratteristiche del gran maestro preveggente sullo sviluppo del futuro, grande ottimista sullo sviluppo tecnologico (all’epoca pubblicava i Quaderni di studio sull’automazione).

Il suo lavoro più noto era Vers l’automatisme social? Problèmes du travail et de l’automation (del 1963) [3]. Si tratta del volume che io ho poi tradotto per primo, curandone la pubblicazione (nel 1976) ed in cui parlai “dell’ottimismo delle forze produttive”. Come sappiamo Naville era un esperto di tecnologia e la sua ipotesi forte era che la tecnologia avrebbe liberato il lavoro risolvendone i problemi. La rilevanza del tema, più che l’influenza ottimistica di Naville mi ha accompagnato nel percorso, pur avendo poi sviluppato un approccio in parte differente. Nel nostro gruppo si sviluppò un intenso dibattito sul ruolo della tecnologia: Bellasi riteneva che affidarsi alla tecnologia per risolvere i problemi del lavoro avrebbe esposto al rischio di abbandonare l’impegno politico a sostegno del lavoro. Ardigò invece aveva una posizione di equilibrio: se condivideva le potenzialità e il ruolo della tecnologia, nello stesso tempo riteneva altrettanto rilevante l’intervento dell’individuo. Quindi tutto sommato la sua era una critica positiva che ci incoraggiava a proseguire in questo nostro orientamento di ricerca e confronto.

Un altro incontro per me fondativo fu quello con George Friedmann che insieme a Naville aveva curato il Trattato di sociologia del lavoro, ipotizzando un lavoro più umano, fonte di libertà. I due volumi poi pubblicati da Adriano Olivetti (che realmente introdusse in Italia i principali testi sociologici, ma non solo, di riferimento per la disciplina) sono praticamente i testi classici e che rimangono ancora come tali nel panorama non solo italiano, ma anche europeo. Friedmann e Naville ci spinsero a promuovere il discorso sulla tecnologia e infatti uno dei miei primi testi fu Lavoro manuale, lavoro intellettuale e sull’organizzazione del lavoro.

Successivamente mi accostai anche all’approccio anglosassone, l’altra grande anima, accanto a quella francese, della sociologia del lavoro. Sono note le differenze tra i due approcci e, in particolare, il diverso accento posto sul rapporto tra dimensione teorica, empirica e pragmatica con il quale, a partire dalle sollecitazioni di Ardigò, ci confrontammo a lungo… quando scrissi il testo La sociologia del lavoro in Italia ricordo che lo lessi tutto ad Ardigò, a casa sua, che me lo corresse parola per parola, con il registratore: una cosa oggi impensabile!

Come si sviluppa il suo percorso didattico e di ricerca all’interno dell’accademia italiana?

Tra il 1970 e il 1972 ho insegnato Sociologia presso la Scuola Superiore di Servizio Sociale di Verona e, successivamente, un analogo incarico di insegnamento presso l’Istituto Regionale Emiliano-Romagnolo per il Servizio Sociale (IRESS) di Bologna, impegnato in iniziative di formazione, riqualificazione e ricerca, di cui sono stato Direttore fino al 1982.

La mia carriera accademica vera e propria è iniziata con l’anno accademico 1974/75, nel quale mi sono stabilizzato presso la facoltà di Scienze Politiche di Bologna con l’insegnamento di Sociologia del Lavoro e dell’Industria. A partire dal 1970, peraltro, la mia attività scientifica aveva fatto costante riferimento al Centro Internazionale di Documentazione e Studi Sociologici sui Problemi del Lavoro (C.I.Do.S.Pe.L.)[4] di cui sono stato membro fondatore e di cui sono divenuto Direttore nel 1975 e che a tutt’oggi rappresenta uno dei centri di ricerca del Dipartimento di Sociologia e Diritto dell’Economia dell’Università di Bologna.

Bisogna al riguardo precisare che, nella sua lungimiranza, all’interno dell’Istituto di Sociologia, per ampliarne i temi di analisi e la libertà di movimento dei colleghi, Ardigò aveva istituzionalizzato alcuni cosiddetti Centri, fra i quali appunto il C.I.Do.S.Pe.L. (costituito con delibere prima della Facoltà di Scienze Politiche e poi del Senato Accademico dell’Università di Bologna nel settembre del 1970) e che diverrà prezioso proprio per consentire di realizzare numerose iniziative.

I rapporti internazionali che avevamo allacciato con vari colleghi stranieri insieme a Bellasi e Pellicciari furono la base di partenza per organizzare numerosi convegni internazionali, quali gli oramai famosi Colloqui internazionali di sociologia del lavoro (con rappresentanti provenienti dalla Gran Bretagna, dalla Francia, dalla Germania, dalla ex-Unione sovietica, dai paesi dell’Est) di cui sono testimonianza altrettanti volumi ed i numeri speciali della rivista Sociologia del Lavoro, che nacque nel 1978. Fu quello un momento formativo in senso ampio del termine, in cui si rafforzò l’orientamento sociale ed insieme lavorista che mi ha poi in seguito caratterizzato nella carriera accademica, scelta che non ho mai abbandonato e che negli anni si è rafforzata, senza ripensamenti.

Ha fatto riferimento a diverse tematiche di ricerca intorno alle quale si articola il suo percorso di studioso: quale diventa quella predominante?

Penso che rileggendo la mia biografia sia facile intuirlo: provengo da una esperienza di lavoro abbastanza lunga, mi sono laureato con una tesi sulla tematica lavorativa, ho fatto la gavetta con un docente che insegnava Sociologia del lavoro; dunque innanzitutto il lavoro rappresenta l’interesse costante del mio percorso di riflessione e di ricerca. La predilezione per il tema del lavoro è stata coltivata privilegiandone la dimensione sociale, l’analisi delle sue trasformazioni, dell’organizzazione del lavoro ma soprattutto della sua qualità. Del resto, fu proprio una ricerca di livello nazionale, credo una delle prime con cadenza biennale, era l’82/’83, ma che si è protratta ben oltre, condotta per conto dell’ISFOL sulla qualità del lavoro [5]a livello comparato con i paesi europei, che per così dire mi consentì di farmi conoscere nella comunità socio-lavorista accademica. Le dimensioni della qualità del lavoro, con l’integrazione da me suggerita all’impianto teorico allora definito da Luciano Gallino (cui abbiamo anche dedicato un fascicolo di Sociologia del Lavoro), della “quarta dimensione”, fu il ‘focus’ forse più interessante che ho formalizzato.

Questa tematica mi ha sempre accompagnato nel corso della mia carriera, trascorsa nell’Istituto di Sociologia, poi Dipartimento di Sociologia e come coordinatore del C.I.Do.S.Pe.L., sia nella ricerca, sia nell’interrotta attività didattica nell’insegnamento di Sociologia del lavoro (a Bologna, come docente incaricato, poi professore associato ed infine ordinario, sia presso l’Università di Teramo nel corso del mio periodo di straordinariato) ed in particolare nella parte monografica dei miei corsi; così come testimoniano le mie pubblicazioni e le varie iniziative soprattutto internazionali che ho promosso e le numerose ricerche empiriche condotte sia a livello nazionale che con Istituzioni universitarie internazionali (con Università inglesi, spagnole e di molti altri paesi europei). Ne sono testimonianza i collaboratori internazionali della rivista Sociologia del lavoro, in larga parte ancora oggi facenti parte del Comitato Scientifico Internazionale…

 Tuttavia la forte centratura sul lavoro industriale e operaio dei primi anni lascia via via spazio alla considerazione dei nuovi settori lavorativi, come quello dei servizi, in particolare relativi alla pubblica amministrazione e all’ambito socio-sanitario…

Di fronte alle imponenti trasformazioni dell’assetto del mondo dei servizi alla persona, con la comparsa di nuovi soggetti e nuovi attori, così come la crescente rilevanza della dimensione regionale in campo socio-sanitario, ho condotto diversi lavori di ricerca che hanno riguardato la trasformazione dei profili professionali e la costituzione di figure inedite nel nostro contesto, così come dei crescenti fabbisogni degli individui e delle famiglie. In effetti ho sviluppato nel tempo un ampio interesse per il settore dei servizi socio-sanitari territoriali, collocando il mio punto di vista al crocevia di diversi temi propri della sociologia del lavoro. Mi riferisco sia all’analisi sociologica delle professioni in ambito socio-sanitario, sia alla dimensione prettamente organizzativa dei servizi socio-sanitari, con particolare attenzione allo sviluppo di sistemi informativi in ambito socio-sanitario[6]. Ricordo a questo proposito la partecipazione alla Commissione Informatica istituita presso il Ministero della Sanità in ordine all’attuazione della riforma sanitaria istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale. Le esperienze presso il CNEL e presso il Ministero della Sanità sono state quelle che più diffusamente mi hanno avvicinato al tema della Sociologia della Salute (come amava definirla Achille Ardigò), ma mi consentivano anche di conoscere esperti e studiosi di altre discipline, la qual cosa ha permesso e rafforzato nel tempo il mio approccio tendenzialmente interdisciplinare.

Il mio percorso è infatti caratterizzato da una forte integrazione tra approccio socio-economico e socio-lavorista e da scelte (di vita e professionali) fortemente orientate verso la società. La convinzione che mi ha guidato negli anni è appunto quella di privilegiare l’individuo e la persona come essere ‘sociale’. Un’ulteriore testimonianza di questa scelta è l’essere stato nel gruppo fondatore di ardigoiana memoria della “sociologia sanitaria”, contro la sanitarizzazione dell’uomo. È la stessa impostazione che ha orientato le scelte compiute all’interno delle istituzioni universitarie, a partire dal Dipartimento di Sociologia di Bologna, in cui ho a lungo operato e di cui sono stato Direttore e nel costante contatto con gli studenti, per i quali non risparmiavo certo tempo ed energie. Su tutto mi sono infatti sempre sentito un ‘docente’ e con il compito di seguire gli studenti nel loro percorso: dalle scelte dei curricula alle tesi (un vero e proprio momento fondativo e di impostazione teorico-sistematica per gli studenti stessi). Accanto a ciò, nella mia opinione, tra i miei doveri di docente c’è stato quello di continuare sempre a studiare (in un rapporto teoria/ricerca che mai doveva essere esclusivo in un senso o nell’altro) per poter poi ‘trasmettere’ sempre nuovi contenuti agli studenti in primis, ma anche ai propri collaboratori (che ricordo con grande affetto) ed a tutti coloro con cui mi capitava di relazionarmi.

È venuto il momento di parlare della “sua rivista”: Sociologia del lavoro

Ricordo come se fosse oggi la telefonata (un’altra…) che ricevetti dal prof. Ardigò e che praticamente diede inizio alla rivista Sociologia del lavoro: «Professore? Potrebbe venire martedì prossimo con me a Milano? Andremo dal Dott. Angeli insieme. Le spiegherò meglio in treno…». Si andò a Milano e Ardigò – per farla breve – prospettò all’Editore Franco Angeli l’esigenza di dar vita ad una rivista che si occupasse di lavoro e fosse di taglio rigorosamente sociologico, come c’era in Francia (la più nota Sociologie du travail) e come sorgerà in Spagna (Sociologia del Trabajo).

L’idea era che si doveva provvedere a questo “vuoto” dando un respiro nazionale e internazionale (di qui il collegamento con il C.I.Do.S.Pe.L.) a una pubblicazione che avesse distribuzione ampia e certa; la pubblicazione poteva benissimo chiamarsi Sociologia del lavoro (a sottolineare il raccordo con la gemella francese). Il Dott. Angeli, che amava l’avventura, ma che era anche un profondo conoscitore del mercato, aderì subito alla proposta; alcuni mesi di preparazione per comporre il gruppo direzionale e poi si partì con un quadrimestrale cominciando proprio ad affrontare il tema per cui era nata: la sociologia del lavoro nel nostro Paese. Il gruppo dei “pionieri”[7] era composto inizialmente da Mimmo De Masi e Giuseppe Bonazzi, ai quali si aggiunsero poi altri, fra i quali mi piace qui ricordare Enrico Pugliese (con il quale ancora oggi mi lega una amicizia che va ben oltre la collaborazione per la rivista) e Federico Butera.

Vi siete fin da subito assunti un obiettivo impegnativo, che definirei “propositivo”, nei confronti di un campo di studi dai confini ampi.

Sì, la nostra filosofia era di incidere su più fronti: della didattica, per promuovere la diffusione della disciplina soprattutto a livello accademico. Non a caso il primo numero pubblicato dalla Rivista, nel 1978, ha un titolo emblematico: L’insegnamento della sociologia del lavoro in Italia. È un volume monografico cui hanno contribuito più autori, con l’obiettivo di gettare le basi della disciplina, sforzo che ha impegnato la Rivista per lo meno per i primi dieci anni. Accanto a questo obiettivo, o meglio in integrazione, l’impegno è stato sul fronte della ricerca, per mettere a fuoco la definizione di aree di indagine e metodologiche proprie alla sociologia del lavoro.

Credo di poter dire che i volumi monografici pubblicati nel corso dei primi dieci anni rivestano una particolare importanza, sia per il consolidamento della sociologia del lavoro nel nostro paese, che per le tematiche che sono state affrontate: dalle trasformazioni dello sviluppo capitalistico e delle forme di regolazione dell’economia, dall’organizzazione del lavoro e al problema della professionalizzazione/de-professionalizzazione in epoca tardo fordista, dal dibattito sullo sviluppo della tecnologia e gli assetti ergonomici, nonché le prime discussioni sulla qualità del lavoro, così come i temi legati al ruolo del sindacato per non citare che qualcuna delle questioni che nelle pagine della rivista ha trovato spazio. Come dicevo, il consolidamento della disciplina a livello nazionale avviene nel quadro di un confronto serrato con le sociologie del lavoro di altri importanti paesi europei. Fin dalla nascita la rivista nasce infatti con una vocazione all’internazionalizzazione. A partire dai Colloqui internazionali cui accennavo sopra scaturiscono altrettanti numeri monografici della Rivista fra i quali: La sociologia del lavoro in Francia e nella Germania Federale (1979), La sociologia del lavoro in Italia e in Francia (26-27/1987), nonché il numero doppio (n.35-36/1989) dal titolo Il futuro del lavoro, che ospita un confronto fra sociologi del lavoro e dell’economia italiani e britannici.

Un altro aspetto che ha caratterizzato la rivista fin dalle origini è stato la propensione ad un dialogo tra l’analisi scientifica e il discorso pubblico sulle principali questioni che via via hanno interessato e interessano il mondo del lavoro e, più in generale, l’organizzazione sociale del lavoro e dell’economia. Mi piace pensare che non di rado abbiamo anticipato e contribuito a introdurre temi e argomenti che poi sono emersi all’attenzione più ampia dell’opinione pubblica e della politica…

L’esigenza di affermare la sociologia del lavoro in Italia non è dunque passata attraverso la costruzione di rigidi confini, rispetto alle discipline o alle diverse tradizioni di ricerca nazionali…

Assolutamente no! Per coloro che nel tempo hanno accompagnato lo sviluppo della Rivista fare i sociologici del lavoro ha significato leggere il lavoro e le sue trasformazioni dentro e nell’intreccio con il cambiamento sociale, tenendo vivo un interesse trasversale per i vari ambiti in cui il lavoro diventa esperienza concreta., in relazione con altre discipline, secondo quella logica fondativa che vede la sociologia del lavoro esprimere una sostanziale vocazione alla interdisciplinarietà e all’interpretazione delle diverse modalità in cui lavoro e società entrano in relazione.

Scorrendo i volumi pubblicati in questi quarant’anni di vita della Rivista si colgono i cambiamenti del lavoro intervenuti lungo i decenni e ugualmente il percorso della disciplina socio-lavorista, della sua capacità di estendere l’analisi ai diversi ambiti del lavoro, in una traiettoria interpretativa delle trasformazioni sociali ed economiche. E ciò è stato possibile grazie all’impostazione che ha assunto la rivista fin dalle origini: fare emergere e dare visibilità allo sguardo sociologico sul lavoro e sui processi economici, con una particolare sensibilità verso il pluralismo scientifico e l’interdisciplinarietà e l’ambizione di rappresentare una sede ampia di dibattito fra accademici, studiosi ed esperti di diverso orientamento teorico e metodologico.

Come saranno festeggiati i quarant’anni di Sociologia del Lavoro?

In occasione di questo importante traguardo abbiamo organizzato una serie di eventi di celebrazione della Rivista. Abbiamo iniziato nell’autunno scorso con un’iniziativa organizzata a Milano presso l’Università Cattolica: una rassegna cinematografica sui temi del lavoro. Un film scelto per ognuno dei decenni della rivista, quindi quattro puntate, introdotte da uno o più esperti. A metà ottobre presso il Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università Federico II di Napoli si è invece svolto un seminario sulle rappresentazioni del lavoro a Napoli negli ultimi quarant’anni intitolato: ‘A fatìca. Realtà e rappresentazioni del lavoro a Napoli. A questo evento ha fatto seguito la lezione magistrale di Beverly Silver[8] presso l’Aula Magna dell’Ateneo Federico II di Napoli.

È poi previsto per l’11 maggio 2018 un Convegno internazionale, presso l’Auditorium della UNIPOL di Bologna, che sarà introdotto da un dialogo tra i professori Duncan Gallie (professore Emerito del Nuffield College di Oxford) e Romano Prodi (già Presidente della Commissione Europea) sulle problematiche odierne del lavoro e le prospettive nazionali ed europee[9].

Dopo questo giro di boa, quale stagione si apre per la Rivista?

Negli anni a noi più vicini le riviste di sociologia hanno dovuto confrontarsi con cambiamenti importanti nei sistemi di valutazione e di accreditamento scientifico e a inedite forme di competizione. Nell’attuale scenario la redazione e la direzione della Rivista hanno compiuto scelte importanti per rispondere alle aspettative della comunità scientifica di riferimento. Molto in sintesi si tratta, insieme al passaggio da quadrimestrale a trimestrale, al varo di alcune novità che entreranno in vigore dal 2019. Ogni fascicolo sarà articolato in una sezione monografica (individuata tramite Call for Call) e una sezione composta da saggi (scelti tramite Call for Papers) su tematiche socio-lavoristiche di attualità, anche suggerite dalla Direzione e dal Comitato editoriale. Accanto a queste due sezioni che conterranno esclusivamente contributi sottoposti a peer review, ogni fascicolo potrà ospitare, su iniziativa della Direzione, uno o più articoli ad invito.

 

In conclusione alla nostra intervista, posso chiederle come definirebbe la professione del sociologo, o del sociologo del lavoro, a partire dalla sua esperienza?

Come ho in parte già detto, una riflessione su come abbia personalmente inteso il ruolo del sociologo ed il mestiere di sociologo (e/o di accademico o intellettuale) ritengo che anche in questo caso possa, più di ogni altra affermazione, valere la testimonianza della mia vita e delle mie scelte. Licenziarsi da dirigente di azienda per ricominciare una carriera differente e totalmente nuova e dai primi gradini di quest’ultima come incaricato annuale (e quindi formalmente instabile perché rinnovabile o meno), è stata una scelta… che parla da sola. Ritornare (come aveva fatto mio padre, ma con un percorso inverso) dal lavoro organizzato alla ricerca, ed all’insegnamento, è stato un passaggio di grande significato che oltre ad avere dato forma al mio percorso professionale, ha fortemente influenzato la mia vita personale: gli affetti familiari, le reti amicali, la partecipazione politica, l’associazionismo, fino al tempo libero [10].

Quanto alla mission, così come la ho sempre intesa, del sociologo, ma anche del docente ritengo che una parola semplicemente possa spiegare tutto o quasi e senza dare a tale parola alcuna enfasi teorico-ideologica, ma anche senza sminuirne il significato forte che può assumere: servizio. Ho sempre considerato la mia professione un servizio, sentendo una forte responsabilità verso la società, ma in particolare verso i giovani studenti che rappresentano il futuro. Accredito al docente in quanto tale una mission molto particolare: educativa, ma da intendersi in qualità di facilitatore delle scelte autonome dei soggetti, nella loro crescita personale e sociale. Essi saranno quanto saremo stati capaci di trasmettere. In ciò rientrano anche i miei numerosi ‘collaboratori’, alcuni dei quali ancora validamente presenti nell’accademia e che per molti aspetti mi sembra continuino il discorso iniziato assieme, pur nella ampia autonomia che ho sempre loro riconosciuto.

Dalle sue parole si direbbe che quello del sociologo abbia rappresentato per lei una sorta di ‘stile di vita’. È così anche ora che è pensione?

La risposta non è certo semplice: ora, dopo aver lavorato cinquantadue anni e svariati mesi in totale, mi riposo[11]

Poi continuo a leggere e a tenermi aggiornato sui temi che mi sono stati cari, ma anche su tematiche civili più generali. Do una mano ad alcuni enti ed associazioni (FOR-MART regionale, CSAPSA, eccetera) in tema di scelte metodologiche ed empiriche di ricerca. Infine, sto portando a compimento forse l’avventura più entusiasmante: sto infatti passando la mano nella direzione della rivista Sociologia del Lavoro… finalmente!

Note al testo e alle immagini (a cura di M. La Rosa):

[1] Nella foto di apertura all’intervista sono con i compagni di classe della quinta liceo scientifico di Rimini, alcuni dei quali ancora tra i miei più cari amici (come testimonia l’immagine che chiude l’intervista).

[2] Una foto che mi ritrae con la mia consorte.

[3] L’immagine della copertina del volume di Sociologie du travail (1964, 6/2, pp. 213-215) che contiene la recensione di Alain Touraine al volume di Pierre Naville Vers l’automatisme sociale? Problèmes du travail et de l’automation, NRF, Paris, 1963.

[4] Attorniato dai colleghi e dai collaboratori del C.I.Do.S.Pe.L., qualche anno prima del pensionamento. Accanto a me, Vando Borghi e Roberto Rizza, sempre dell’Università di Bologna; dietro di me, Stefano Grandi, Lorenzo Morri, Giorgio Gosetti, Sara E. Masi, Paolo Minguzzi, Federico Chicchi, Barbara Giullari, Mila Sansavini, Silvia Cozzi, Sandra Zaramella.

[5] Il titolo della ricerca era “Qualità del lavoro e qualità della vita”, da cui derivò il volume Il lavoro che cambia (FrancoAngeli, Milano, 1973), di cui è riportata la copertina.

[6] Ho diretto nel 1982 e nel 1983 due progetti di ricerca CNR nell’ambito del progetto finalizzato informatica – area Comuni sul tema: “Schema e struttura del Sistema Informativo dell’Unità Sanitaria Locale” e “Strumenti informativi di governo dell’Unità Sanitaria Locale”. Della prima è già disponibile la pubblicazione in tre volumi; della seconda è pure disponibile la relativa pubblicazione in unico volume.

[7] Alla presentazione di uno dei miei libri, presso la Libreria Feltrinelli, con alcuni dei colleghi “pionieri” di Sociologia del lavoro (Enrico Pugliese e Domenico De Masi) e Giorgio Gosetti.

[8] Beverly Silver, sociologo del lavoro docente presso la Università Johns Hopkins e Direttore del Centro Arrighi for Global Studies, è autore tra l’altro di Forces of Labor: Workers’ Movements and Globalization Since 1870 (Cambridge: Cambridge University Press, 2003). La locandina dell’evento tenutosi il 11 maggio 2018 a Napoli, in occasione del 40° aniversario di Sociologia del Lavoro.

[9] Ecco il link alla pagina SISEC con le informazioni e la locandina dell’evento che si terrà il prossimo 11 maggio 2018 a Bologna, in occasione del 40° aniversario di Sociologia del Lavoro.

[10] La copertina del mio volume sul Teatro di impresa (Stamen, Roma, 2017), nato da un’invito che ebbi a commentare l’esperienza olivettiana presso il teatro di Ivrea, insieme a colleghi e colleghe di altre discipline. 

[11] Con un gruppo di cari amici, tra i quali diversi colleghi di liceo della foto in apertura all’intervista. L’amicizia dura ancora e ci si vede, specie nel periodo estivo quando anche io sono a Rimini: si discute, si ricordano i tempi passati e… si fanno grandi cene!

 

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