Bando European Research Council: intervista a Annalisa Murgia, vincitrice con il Progetto SHARE, “Seizing the Hybrid Areas of work by Re-presenting self-Employment”

Bando European Research Council; intervista a Annalisa Murgia, vincitrice con il Progetto SHARE, “Seizing the Hybrid Areas of work by Re-presenting self-Employment”

 

Ciao Annalisa, descrivi velocemente il tuo percorso accademico?

Mi sono trasferita dalla provincia di Cagliari a Trento nel 1999 per iscrivermi alla Facoltà di Sociologia. Ho poi cambiato indirizzo di studi dopo essere rientrata dall’Erasmus in Francia e sono stata una delle prime laureate del corso di laurea magistrale in ‘Lavoro, Organizzazione e Sistemi Informativi’. Per mantenermi agli studi durante l’università facevo un part-time dalle 19 alle 23 in un ristorante. Approfitto per dire che credo che quelli siano stati gli unici contributi che ho versato in quasi vent’anni perché, come ben sai, in Italia per chi non ha una posizione strutturata ancora la ricerca non viene riconosciuta come un lavoro. Mi auguro che prima o poi si decidano a inserire dei contratti di lavoro dignitosi durante il dottorato e il postdoc, come avviene nella maggior parte degli altri paesi. Perdona la nota polemica, ma è un tema che mi sta particolarmente a cuore, e che so essere molto importante anche per il gruppo SENSO all’interno della SISEC, di cui ho fatto parte fino a che sono stata in Italia. Tornando al mio percorso, nel 2005 ho vinto il concorso di dottorato a Trento in Sociologia e Ricerca Sociale, nell’indirizzo ‘Information Systems and Organizations’. Dalla fine del PhD ho sempre lavorato con dei postdoc finanziati da progetti ottenuti dal mio gruppo di ricerca, legato soprattutto alla research unit RUCOLA e al Centro di studi interdisciplinari di genere. Poi nel 2012 ho ottenuto un postdoc nell’ambito del programma Marie Skłodowska-Curie e mi sono spostata in Belgio, all’Università di Louvain la Neuve. È stato un periodo molto importante per la mia crescita professionale, durante il quale – insieme a una collega postdoc – abbiamo scritto una proposta progettuale che è stata finanziata dal settimo programma quadro della Commissione Europea. Il progetto, partito nel 2014, si intitolava GARCIA – Gendering the Academy and Research: Combating career Instability and Asymmetries. Il consorzio era composto da sette paesi europei, con il coordinamento dell’Università di Trento. Ho coordinato il progetto assieme a Barbara Poggio, con cui collaboro fin dai tempi del dottorato e di cui ho sempre avuto una grandissima stima professionale e personale. Barbara ha coordinato la prima fase e io sono diventata coordinatrice scientifica più o meno a metà progetto, nonostante non avessi ancora non una posizione strutturata. È stata un’esperienza molto faticosa, ma anche molto stimolante, soprattutto per la possibilità di lavorare con colleghe di alto profilo scientifico. Come ciliegina sulla torta, durante l’ultimo anno del progetto GARCIA, è arrivato il progetto ERC. Ho saputo di averlo ottenuto nell’agosto del 2016 ed è stata una enorme soddisfazione. Nel frattempo, a giugno 2016, avevo finalmente ottenuto una posizione permanente alla Work and Employment Relations Division della Leeds University Business School. Ho quindi deciso di spostare in Inghilterra il mio progetto, dove attualmente lavoro come Associate Professor.

 

Quali sono i tuoi interessi di ricerca?

I miei interessi di ricerca sono sempre stati articolati attorno a due principali tematiche. La prima riguarda come i soggetti esperiscono e rappresentano il proprio lavoro, con particolare attenzione alla precarietà e alle carriere dei/lle knowledge workers. La seconda linea di ricerca si inserisce nel dibattito sulla costruzione sociale delle differenze di genere nelle organizzazioni e nei percorsi professionali, incluso quello accademico. Più di recente ho sviluppato un ulteriore interesse di ricerca, che mi ha portato a scrivere il progetto ERC, orientato alla comprensione non solo delle carriere individuali e delle traiettorie biografiche, ma anche delle forme emergenti di coalizione e mobilitazione nell’ambito dell’attuale crisi dei modelli tradizionali di rappresentanza.

 

Come si chiama il tuo progetto? l’acronimo ha un significato particolare per te?

Il progetto si chiama SHARE, che è l’acronimo di Seizing the Hybrid Areas of work by Re-presenting self-Employment’. Sì, l’acronimo in questo caso è stato molto importante, sia perché riassume l’obiettivo principale della ricerca – How, despite the highly heterogeneous and individualised working conditions and lifestyles, workers can SHARE a collective voice and representation – ma anche perché racchiude il senso di quello che per me significa fare ricerca, vale a dire un’attività collaborativa, che consenta di condividere esperienze di ricerca, approcci e prospettive.

 

Qual è il tema del progetto che ti ha fatto vincere il bando?

Il progetto vuole indagare una particolare categoria di lavoratori e lavoratrici – i cosiddetti solo self-employed workers. Credo che il lavoro autonomo senza dipendenti rappresenti, a livello europeo, una categoria emblematica per studiare le ambivalenze e le tensioni del processo di individualizzazione e il declino della rappresentanza collettiva. Si tratta di una categoria estremamente eterogenea, di cui fanno parte soggetti che esperiscono condizioni lavorative molto diverse, dai falsi autonomi ai lavoratori economicamente dipendenti, dai freelance ai liberi professionisti, fino al lavoro digitale su piattaforma. Situazioni estremamente differenti, che hanno tuttavia in comune la forma contrattuale così come l’esclusione dai sistemi di welfare, ancora costruiti intorno al lavoro dipendente. Gli obiettivi del progetto sono quindi comprendere quali sono le caratteristiche dei/lle solo self-employed workers – sia di chi fa lavori high-skilled che low-skilled – e indagare l’emergere di forme di rappresentanza collettiva, considerando come unità di analisi sia i sindacati che le associazioni di solo self-employed workers, così come le iniziative più legate a movimenti e gruppi di attivisti. Nella seconda fase del progetto l’attenzione si sposterà sulle attività a livello europeo, perché già esistono delle strutture e delle reti che stanno cercando di costruire delle forme di rappresentanza collettiva a livello transnazionale.

Quando ho saputo di aver ottenuto il finanziamento ERC, ho ricevuto nove valutazioni di esperti internazionali, tutte molto dettagliate, e devo dire che – eccetto una, che era piuttosto critica – gli elementi che sono stati particolarmente apprezzati hanno riguardato l’attualità del tema e l’approccio interdisciplinare che combina gli studi lavoristici ad approcci provenienti dagli studi sia culturali che giuridici. È stata valutata molto positivamente anche la metodologia, che si basa prevalentemente su un’etnografia comparativa, da condurre in sei paesi europei, in dialogo con un’analisi quantitativa e giuridica del fenomeno. E mi ha fatto molto piacere che durante l’intervista mi è sembrato che sia stato apprezzato un aspetto del progetto a cui tengo molto, vale a dire la costruzione del team. Ho infatti deciso fin dall’inizio di evitare di assumere delle persone solo per condurre dei pezzi di progetto, ma di pormi l’obiettivo di costruire un gruppo di ricerca. Le persone che lavoreranno con me – quattro postdoc e un/a dottorando/a – avranno tutte un contratto quadriennale. I/le postdoc sono stati recentemente selezionati e cominceranno a breve, non vedo l’ora di cominciare a lavorare con loro!

 

Quanto tempo hai impiegato per la scrittura del progetto? Che consigli hai in merito alla gestione del tempo e delle fasi di scrittura del progetto?

Nel 2014 ho ottenuto un finanziamento dall’Università di Trento, che aveva aperto un bando chiamato ‘Starting Grant Young Researcher’. Con quei fondi ho potuto finanziare dei brevi periodi di visiting in tre dei sei paesi che volevo inserire nel disegno della ricerca. La scrittura vera e propria è avvenuta nell’arco di un mese circa. C’è stata una fase preliminare, in cui ho avuto delle discussioni e anche delle sessioni di scrittura collettiva con le colleghe e i colleghi con cui lavoravo a Trento – Elisa Bellè, Rossella Bozzon, Francesco Miele – e poi sono partita per un visiting di un mese alla Humbolt University, dove ho scritto il progetto e fatto la submission, nel novembre del 2015.

Quanto ai consigli che posso dare, credo che ci voglia del tempo per maturare un’idea che sia innovativa e al contempo strutturata. Ho cominciato a ragionare sui temi del progetto ERC già nel 2010, quando lavoravo a un progetto europeo su young highly skilled precarious workers. Poi ho cambiato in parte tema di ricerca, perché da precaria finisci sempre a lavorare sui temi dei progetti che finanziano il tuo assegno, non necessariamente su quelli che ti interessano, però il tema dei freelance mi è rimasto in testa e ho continuato a scrivere su questo negli anni, soprattutto nei lavori curati assieme a Emiliana Armano, con cui – attraverso diversi progetti editoriali – abbiamo costruito una bellissima rete di persone che si occupano di temi legati alla formazione della soggettività nell’ambito dei processi di precarizzazione. Nel 2014 ho cominciato seriamente a pensarci e finalmente nel 2015 sono riuscita a scrivere il progetto ERC, anche perché era l’ultimo anno in cui potevo provare lo Starting, altrimenti – avendo al tempo concluso il dottorato da quasi sette anni – avrei dovuto fare domanda per il Consolidator.

Nella mia esperienza è stato importante andare via da Trento, dove seguivo molte – forse troppe – attività di ricerca, di insegnamento e di tipo organizzativo. Cambiare aria per un mese mii ha consentito di potermi finalmente concentrare in via quasi esclusiva sullo studio e la scrittura.

 

Avevi esperienza pregressa nella scrittura di questo o di altri bandi simili? Se si, ti è stata d’aiuto per conseguire il risultato?

Rispetto all’ERC, non ci avevo mai provato prima, mi sembrava un’impresa troppo grossa, e che il mio curriculum non fosse mai forte abbastanza. Ho rimandato per diversi anni, ma quando è arrivata l’ultima possibilità per presentare uno Starting, a sette anni dalla fine del dottorato, mi sono decisa a presentare la mia candidatura.

Avevo invece un’esperienza piuttosto lunga in termini di progettazione. A Trento lavoravo nel gruppo di ricerca coordinato da Silvia Gherardi, che per me è un riferimento scientifico importantissimo, e che ci ha sempre incoraggiati a essere molto attivi sul fronte del reperimento di fondi di ricerca, sia a livello locale che nazionale ed europeo. Ho imparato moltissimo nell’arco degli anni, sono stata inizialmente coinvolta nella scrittura di piccole parti di progetti, già da dottoranda, e ho avuto quindi molto presto la possibilità di partecipare a delle progettazioni collettive. Nel nostro gruppo i progetti erano visti come un’opportunità di indipendenza economica, attraverso cui avere le risorse per fare ricerca, partecipare a convegni, soprattutto internazionali, pagare i proofreading per le pubblicazioni e ovviamente far lavorare le persone che non avevano una posizione strutturata. Devo dire che le attività progettuali sono anche state estremamente stimolanti per la possibilità di costruire contatti e collaborare con altri gruppi di ricerca interessanti, soprattutto in ambito internazionale.

 

Hai avuto suggerimenti o aiuto da colleghi? Ritieni che sia importante discutere del progetto e avere opinioni in merito da colleghi?

In fase di scrittura devo dire che le uniche persone che mi hanno aiutato sono quelle che ho citato poco fa, Elisa, Francesco e soprattutto Rossella, che su alcune parti ha dato un contributo importante. Quando invece ho saputo di essere stata selezionata per l’intervista a Bruxelles ho chiesto aiuto a diverse persone, a cui ho mandato il progetto e chiesto di pormi le domande mi avrebbero posto se fossero state membri del panel ERC. Ho chiesto esplicitamente di ‘fare le pulci’ al progetto senza preoccuparsi di essere tropo critiche, perché era esattamente quello di cui avevo bisogno in quel momento. Se non ti spiace, colgo l’occasione per ringraziarle pubblicamente, perché sono state estremamente generose e mi hanno dimostrato, ancora una volta, che per quanto in passato abbia esperito situazioni anche molto conflittuali e in cui sono stata messa in difficoltà nell’accademia italiana, ho anche incontrato tante persone che fanno questo lavoro con passione e che pensano che la collaborazione sia un valore. Rispondendo ai commenti e alle domande che mi hanno posto i/le colleghi/e a cui ho mandato il progetto sono riuscita a prevedere parte delle domande che mi sono state fatte a Bruxelles, quindi ci tengo a ringraziare di cuore Elisabetta Addis, Emiliana Armano, Chiara Bassetti, Barbara Bello, Paolo Boccagni, Vando Borghi, Matteo Borzaga, Rossella Bozzon, Attila Bruni, Maurizio Catino, Federico Chicchi, Maria Micaela Coppola, Daniele Di Nunzio, Alessia Donà, Aide Esu, Roberta Ferrario, Silvia Gherardi, Silvia Girardi, Sabrina Marchetti, Alberto Mattei, Barbara Poggio, Valeria Pulignano, Melanie Simms, Maurizio Teli, Emanuele Toscano, Paola Villa, Alberto Zanutto e spero di non essermi dimenticata nessuno!

È stato molto importante anche sentire l’esperienza diretta di altre persone che l’avevano già vinto e nel mio caso ho avuto delle conversazioni estremamente utili con Paolo Boccagni e Sabrina Marchetti, che sono stati molto generosi nel condividere la loro esperienza. Oltre a loro, Marieke Van den Brink mi aveva raccontato dell’esperienza di alcune sue colleghe che lo avevano vinto in Olanda qualche anno prima. Ogni informazione può essere utile per capire meglio come strutturare il progetto.

Un altro elemento fondamentale è organizzare delle mock interviews. In altri paesi è l’università stessa a organizzarle. All’Università di Leeds c’è un supporto sia in fase di progettazione che di preparazione dell’intervista, ci sono degli uffici dedicati a questo. In Italia purtroppo questo supporto ancora manca, almeno nella mia esperienza, però sono riuscita ad averlo comunque attraverso le reti di colleghi/e. Ho fatto varie prove di intervista con le colleghe che mi erano più vicine e devo dire che anche la mia compagna mi ha aiutato moltissimo, a un certo punto ha anche preso un paio di settimane di ferie per aiutarmi a ripetere la presentazione e a preparare la sessione di domande e risposte. Nel mio caso avevo dieci minuti per presentare il progetto, non uno di più, e venti minuti per la discussione, in cui mi sono state fatte molte domande, sicuramente una decina, di natura molto diversa, dall’approccio teorico, al disegno della ricerca fino alla gestione del team. Quando si arriva all’intervista dell’ERC è già un bellissimo traguardo, ma è importante prepararsi al meglio per affrontarla. Anche in quel caso ho cercato di isolarmi, ho finito i corsi a fine maggio e poi sono sparita fino al 23 giugno, il giorno in cui ero stata convocata a Bruxelles. In quelle settimane le mie colleghe sono state eccezionali, sia quelle del gruppo di ricerca GARCIA, che hanno capito che avevo bisogno di assentarmi per qualche settimana, sia le persone con cui stavo scrivendo. Ricordo che in quel periodo stavamo curando uno special issue con Francesca Coin e Alberta Giorgi, che si sono fatte carico decisamente più di me dell’ultima fase di lavoro. Era anche il periodo in cui stavo curando il libro con Arianna Bove e Emiliana Armano, che sono state sempre di enorme supporto. Soprattutto Emiliana è stata meravigliosa, per un lungo periodo si è fatta carico di tantissime attività che avrei dovuto seguire io, non le sarò mai grata abbastanza. E già che ci sono approfitto anche per ringraziare Francesca Fiore, che ha creato il logo del progetto e mi ha aiutato a rendere le slide belle esteticamente oltre che efficaci, anche l’estetica della presentazione va curata nel dettaglio!

 

Hai avuto supporto di natura tecnica, ad esempio da uffici appositi dell’università, oppure da Agenzie come l’APRE (o simili)? 

Sì, al tempo mi sono confrontata sulle questioni tecniche con l’ufficio ricerca dell’ateneo di Trento, in cui lavorava Claudia Simoni, una persona estremamente gentile e preparata, forse l’unica che non ha mai fatto differenza tra il personale strutturato e non strutturato nel seguire la partecipazione a bandi di ricerca. Quanto alla scrittura del progetto, sono stata a diversi corsi di formazione sull’ERC, sia a Trento che a Roma, e ho letto attentamente i materiali disponibili sul loro sito, inclusi gli abstract dei progetti già finanziati nelle scienze sociali. Avevo anche fatto leggere una bozza della B1 (la prima parte del progetto, quella di 5 pagine) a una persona dell’APRE, con cui poi ho avuto uno skype in cui mi ha dato dei commenti utili. L’importante è avere una bozza pronta con largo anticipo, perché è chiaro che a ridosso della scadenza le richieste diventano tantissime e quindi non riescono a dare dei feedback a tutte le persone che li richiedono. E poi ho usato il finanziamento di cui ti parlavo prima, quello messo a disposizione dall’Università di Trento, per andare a seguire due giornate di formazione a Amsterdam, tenute da un’agenzia specializzata che si chiama ‘Yellow Research’, una su come scrivere la proposta e l’altra prima del colloquio a Bruxelles. La prima è stata molto utile, la seconda direi meno. Un po’ per colpa mia, perché in quel semestre, oltre al coordinamento del vecchio progetto europeo, avevo 120 ore di didattica e non ero riuscita a preparare le slide come avevano chiesto, avevo presentato solo una scaletta per punti; un po’ l’ho trovata inefficace per via dei commenti che ho ricevuto, penso soprattutto ai suggerimenti che mi hanno dato in termini di ‘stile’ e abbigliamento. Come nota di colore, mi dissero che avrei dovuto essere più formale, meglio ancora con dei tacchi, e che sarebbe stato meglio legarmi i capelli, magari con uno chignon! Ovviamente non ho seguito nessuno di questi consigli, devo dire che non ho mai avuto dubbi sul fatto che il panel dell’ERC avrebbe valutato la sostanza del mio progetto e non di certo l’abbigliamento o l’acconciatura.

 

Puoi darci qualche consiglio sugli aspetti che, a tuo avviso, è più rilevante mettere in evidenza nel progetto?

Spero di aver dato delle informazioni utili nel corso dell’intervista, ma per essere più precisa forse posso aggiungere che il progetto è relativamente breve, quindi è importante che sia chiaro e ben strutturato. La prima parte – 5 pagine di progetto e il CV – deve essere scritta pensando a un’audience che non necessariamente è specializzata sul tema del progetto. La seconda parte – 15 pagine – deve invece essere più tecnica ed essere scritta pensando che sarà valutata da persone esperte del settore.

Tutti gli aspetti devono essere curati, la domanda di ricerca, la parte teorica, la metodologia e l’organizzazione del lavoro, inclusa la composizione del team e l’uso delle risorse. Lo stile è completamente diverso da altri tipi di progetto, più orientati all’impatto o a fornire delle raccomandazioni utili alla futura implementazione di politiche. In questo caso la domanda di ricerca è di tipo squisitamente teorico ed è fondamentale sottolineare in che modo il progetto ha la potenzialità di far avanzare il dibattito scientifico su uno specifico tema, sia in termini teorici che metodologici. Questo non significa che i temi proposti non debbano avere delle implicazioni sociali, anzi, ad esempio nel mio caso il potenziale contributo al ripensamento dei sistemi di welfare è una parte importante del progetto.

Forse un altro suggerimento che posso dare è quello di pensare in grande. Quando ho scritto il progetto ero molto arrabbiata, per varie ragioni legate alla mia quotidianità lavorativa. L’ho scritto di getto, pensando al progetto di ricerca dei sogni, che aveva pochissime speranze di essere finanziato, ma se lo fosse stato avrebbe dovuto consentirmi di portare avanti i miei interessi di ricerca, senza compromessi di nessun tipo, a partire dalle scelte metodologiche. E così è stato, quindi incoraggio chi volesse partecipare a presentare la propria idea e la linea di ricerca che vuole portare avanti.

Un altro aspetto riguarda il template, che è una linea guida, ma non è necessario seguirlo per filo e per segno. Quello che è fondamentale rispettare è il numero massimo di pagine, ma poi l’importante è scrivere una storia interessante e coerente, non necessariamente costringere il proprio testo dentro ai titoletti che vengono forniti.

L’ultimo consiglio che vorrei dare riguarda le informazioni che si inseriscono. Se una persona ha coordinato un progetto, ma nel CV non compare perché essendo precaria c’è qualcun altro che risulta come PI, questo secondo me va esplicitato. Se ci sono delle esperienze di supervisione di PhD o gruppi di ricerca, anche se svolte in maniera informale, meglio inserirle. Nel panel di valutazione ERC sono coinvolte persone di chiara fama, che conoscono le diverse caratteristiche dei sistemi accademici e hanno presente gli svantaggi, anche di tipo formale, che hanno le persone non strutturate in Italia, è quindi importante far vedere l’esperienza fatta, anche se non è stata registrata formalmente.

Poi chiaramente è importante aver avuto esperienze internazionali (aver lavorato all’estero, aver partecipato a progetti, keynote o invited talk a convegni internazionali, far parte di network) e un buon track di pubblicazioni, soprattutto in riviste considerate di buon livello dalla propria comunità scientifica.

 

Per cambiare argomento: hai dei suggerimenti pratici per tutti i colleghi che decidono di trasferirsi fuori?

Questo è un argomento delicato, si tratta di valutazioni importanti, anche in termini di vita privata, è difficile dare dei suggerimenti. Io ho fatto un colloquio di lavoro senza conoscere nessuno e devo dire che è andata bene, i membri del mio dipartimento sono persone estremamente preparate e inclusive, c’è un bel gruppo di colleghi/e, che vengono da discipline diverse, e il recente sciopero delle università pre-92 in UK ne è stata una dimostrazione. Siamo stati per due settimane tutti i giorni al picket line per protestare contro la riforma del sistema pensionistico, tutti insieme, dai/lle full professor ai/lle PhD student.

Per quanto a me sia andata bene, sinceramente però consiglierei di attivare, prima di candidarsi, dei contatti con le persone che potenzialmente potrebbero diventare i/le futuri/e colleghi/e, possibilmente attraverso un periodo di visiting, in modo da conoscere le loro attività di ricerca e far conoscere il proprio lavoro.

Le altre questioni sono banali e vanno dall’assicurarsi che ci sia un aeroporto ben servito nei paraggi a chiedere quali sono le aspettative in termini di presenza fisica, informarsi sul sistema di tassazione, stipendio lordo e netto, carichi didattici, ecc.

 

Infine quali sono le principali differenze che hai riscontrato tra il sistema universitario italiano e quello inglese?

Per rispondere a questa domanda ci vorrebbero dei giorni, ma provo a darti qualche impressione maturata dopo poco più di un anno in UK. Come sai in Inghilterra ci sono Università diverse e le migliori condizioni di lavoro sono sicuramente nelle università che appartengono al Russell Group, in cui le risorse di ricerca sono indubbiamente maggiori e il carico di insegnamento è inferiore rispetto alle altre. So bene che in UK il carico didattico può essere molto elevato, ma non è la situazione che vedo all’Università di Leeds. Devo anche dire che per via dell’ERC a me sono stati tolti tutti gli incarichi per tutta la durata del progetto, quindi non sto insegnando e non seguo attività di tipo amministrativo. Le pressioni sono su altri fronti, in particolare quello delle pubblicazioni. Il REF (il sistema di valutazione della ricerca) è molto rigido, spinge alla competizione e impone di pubblicare solo sulle riviste considerate prestigiose per il proprio settore disciplinare. Anche la didattica e la supervisione di tesi di master e dottorato, in cui sono coinvolta, è molto più standardizzata rispetto al sistema italiano, e questo da un lato è una garanzia per studenti e studentesse di avere parità di trattamento, ma dall’altro lascia meno libertà ai/lle docenti. D’altra parte, per quanto sia un sistema molto competitivo e governato da logiche manageriali, al contempo è anche un sistema più aperto e con più risorse, in cui le posizioni che si aprono sono reali e non stabilite a priori. Ho partecipato a panel di reclutamento in cui sono rimasta ammirata dalla trasparenza di valutazione dei CV e dei colloqui delle persone shorlistate per l’intervista orale. Viceversa, sempre nella mia esperienza, nel contesto italiano c’è più facilità nel costruire collaborazioni, tutto è lasciato all’iniziativa individuale, ma nel mio percorso, dopo la tesi di dottorato, ho sempre avuto delle colleghe o dei gruppi di ricerca con cui lavorare, mentre il contesto inglese che ho potuto vedere finora è più orientato al lavoro individuale, e questo per me è sicuramente un aspetto negativo. In ogni caso a breve comincerò a lavorare con le persone che compongono il team di progetto, avrò un mio gruppo, quindi non mi preoccupo più di tanto. Per il resto cerco di capire giorno dopo giorno come funzionano i processi organizzativi, ogni sistema ha i suoi pro e i suoi contro, che vengono vissuti in modo diverso anche sulla base della propria condizione biografica. Per i prossimi quattro anni e mezzo mi voglio concentrare sul progetto e mi godo la libertà che mi lascia su altri fronti, ci sarà tempo per capire meglio il sistema inglese!

 

Grazie per il tempo che ci hai dedicato

Grazie a te, mi ha fatto piacere raccontare la mia esperienza. Dopo che ho vinto il progetto ho ricevuto tantissime email, soprattutto da persone non strutturate, che mi dicevano che il mio caso risolleva la speranza di tante persone con delle bellissime esperienze di ricerca e insegnamento, che ancora sono in posizioni precarie. Auguro loro di cuore di trovare la loro strada e che il loro lavoro venga riconosciuto al più presto.

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