Un ricordo di Aris Accornero ( a cura di Gian Primo Cella)

“Il secolo XX sarà ricordato come il secolo del Lavoro. E dei lavoratori. Un secolo possente e arcigno, dovizioso e drammatico: un secolo penetrato dal benessere e toccato dall’angoscia”. Questo l’incipit, molto citato, del libro Era il secolo del lavoro (Il Mulino, 1997) che più ha contribuito negli ultimi due decenni a rendere  conosciuti, anche in un pubblico più vasto degli specialisti, il nome  e la personalità di Aris Accornero.  E’ un inizio perfetto che evoca immagini grandiose e drammatiche, che quasi rimanda all’Angelus Novus di Walter Benjamin.  Nessun altro libro, che io conosca, è riuscito a descrivere e a interpretare con tale efficacia la vicenda del secolo industriale attraverso le trasformazioni del lavoro (operaio, ma non solo), con i connessi problemi di regolazione e di rappresentanza e con le molteplici strade della sua rappresentazione  (politica, letteraria, artistica). E’ il libro di un grande sociologo del lavoro (anche se Aris era molto affezionato alla dizione “sociologia industriale” del suo corso all’Università di Roma), forse il maggiore nel cammino di più di un sessantennio delle scienze sociali italiane. Penso che, dopo la sua scomparsa, i sociologi lo debbano ricordare proprio per questa qualità e per questa definizione. So bene che i vecchi amici e compagni di Aris, come Mario Tronti, ritengono riduttiva o fuorviante questa definizione, preferendo quella più cattivante, ma rétro, di “intellettuale della classe operaia”. Forse non hanno tutti i torti e tuttavia insisto su questa prevalente qualità pensando a come il lavoro (industriale soprattutto), fra gli oggetti della riflessione e della ricerca sociologiche, goda di uno statuto del tutto peculiare, ovvero quello di pretendere per la sua rappresentazione e per la sua valutazione, personalità che in qualche modo si differenziano dai percorsi scientifici e accademici più canonici, consolidati. E’ d’obbligo ripensare almeno a La condition ouvrière di Simone Weil. Il libro, se lo riprendiamo in mano, svela bene i caratteri della personalità dell’autore, assieme ai tratti principali del suo stile conoscitivo. Un passo nelle prime pagine ci dice molto di questo stile: “il secolo del lavoro era cominciato con il motto ‘non siete pagati per pensare’, e finisce con lo slogan ‘la qualità dipende da voi’: non male, come progresso” (p.14). Un giudizio lucido e ironico nel quale possiamo ritrovare tutta la personalità di Aris.

Nella godibilità e nella ricchezza descrittiva di questo libro ritroviamo molto del percorso di Aris, dalla condizione di operaio dell’industria a quella di stimato, consapevole e riconosciuto, professore di sociologia. Il passaggio dalla prima alla seconda condizione non è stata però permessa e facilitata tanto dalla militanza politica e sindacale e dalle attività culturali connesse quanto dalla professione di giornalista, intrapresa dopo il licenziamento “per rappresaglia” dalla Riv-Skf. Aris è stato un grande sociologo del lavoro proprio perché è stato un capacissimo cronista delle lotte sindacali e delle condizioni del lavoro operaio nelle grandi fabbriche della meccanizzazione spinta.  E’ una vicenda che mi conferma nel disagio che ho sempre provato nel sentire utilizzare nei nostri ambienti (allora come oggi) l’aggettivo giornalistico in chiave riduttiva se non denigratoria nei confronti di alcuni prodotti della ricerca sociale, un esatto pendant  dell’aggettivo sociologico nel quale indugiavano sprezzanti non pochi esponenti della cultura marxista (comunista soprattutto) ai tempi di Aris, ma non solo.   Un eloquente esempio di queste qualità giornalistiche aperte verso la conoscenza sociologica è fornito da un’opera giovanile, che ancora oggi si legge con emozione. E’ il libro Fiat confino, un curatissimo volume apparso dalle Edizioni Avanti nel 1959 nella collana “La condizione operaia in Italia”, contenente le interviste agli operai, militanti politici e sindacali, che nei tempi bui degli anni ’50 furono confinati dalla Fiat. Riporto qui la pagina introduttiva di Aris (curiosamente lasciata dall’editore come manoscritta), un piccolo brano da antologia della letteratura italiana: “Vi è stato a Torino un piccolo stabilimento che è diventato sulla bocca di molti ‘L’officina Stella Rossa’. Era una strana officina, che ebbe cinque anni di vita travagliata. La sua fredda sigla ufficiale – O.S.R.: Officina Sussidiaria Ricambi- fu trasformata dalla gente quando fu svelato cosa vi si nascondeva. Adesso è soltanto un ricordo ma rimane un importante capitolo di storia operaia, che vogliamo rievocare con il prezioso ausilio dei lavoratori che ne furono protagonisti. Ad essi ed in particolare ad Otello Pacifico va perciò il nostro più vivo ringraziamento. E ad essi va il grande merito di aver fatto dell’O.S.R. l’officina Stella Rossa.” Non aggiungo altro, se non per ricordare, che Aris ritornò dopo un cinquantennio su un altro “giacimento” che era rimasto inedito: le storie di vita dei protagonisti (uomini e donne) delle lotte al Cotonificio Valle Susa nel biennio 1960-61. E’ una ricerca condotta con lo stesso metodo della precedente alla Fiat, anche se in questo caso le interviste, condotte con un micro-registratore (fornito da Giovanni Pirelli), risultavano più ardue in quanto gli intervistati non avevano certo la consapevolezza da militanti dei lavoratori Fiat. Apparve un libro dal titolo evocativo Quando c’era la classe operaia (Il Mulino, 2011), arricchito da una raffinata analisi testuale delle interviste (svolta da una allieva, Francesca della Ratta-Rinaldi), nel quale leggiamo, ancora con emozione, non solo le storie e le testimonianze di vita, ma anche gli impareggiabili bozzetti di presentazione della situazione abitativa, dei caratteri personali, dell’abbigliamento dei singoli intervistati. Invito a leggerli se cerchiamo delle basi su cui fondare una conoscenza sociologica dell’Italia degli anni sessanta. E’ proprio per il pregio raro di questi lavori che ad Aris si potevano perdonare i residui di operaismo che comparivano, talvolta occultati, altre volte espliciti ma sempre lievi, nei suoi scritti e nelle conversazioni con lui. Certo le origini culturali e politiche, e i compagni di queste origini, non si perdono facilmente, ma era perdonabile perché era un operaismo che veniva da lontano e dalla pratica della conoscenza sociale, e perché non segnato da connotazioni ideologiche.

I modi della transizione di Aris verso la condizione di professore universitario di sociologia sono noti, ma certo vanno ricordati almeno ai più giovani, anche perché svelano un processo che fu possibile allora (Il finale degli anni ’70) ma che oggi risulterebbe quanto mai arduo in un panorama di procedure concorsuali segnato da profondi dissensi nei criteri di promozione (e di cooptazione) nonché da combinazioni di universalismo e localismo  foriere di esiti contradditori se non paradossali. Allora, come professori ordinari di sociologia economica, industriale, del lavoro, eravamo in pochi, forse una oligarchia, che comunque regolava un gruppo sociologico di non grandi dimensioni. In molti conoscevano Aris, alcuni avevano avuto (come chi scrive) occasioni molteplici di collaborazione con lui, il riconoscimento nei suoi confronti era ampio e condiviso. Quando ci si pose, su iniziativa di Guido Baglioni (il decano della disciplina), la domanda “perché no professore ordinario?”, la risposta fu rapida e l’operazione venne condotta con successo, e con la necessaria determinazione. E’ così che un sociologo di formazione anomala, inconsueta, non laureato, assolutamente nuovo all’istituzione universitaria entrò al vertice della carriera accademica. Mi raccontò Aris che quando parlò del successo al suo vecchio padre, questi replicò : “che bello, allora ti sei laureato!”. Per la laurea avrebbe dovuto attendere ancora molti anni, quando l’Università di Ferrara gli attribuì quella honoris causa, ma suo padre ormai non c’era più.

Anche i corposi studi sul sindacato e le relazioni industriali, dalla cura del volume XVI degli “Annali Feltrinelli” dedicato ai Problemi del movimento sindacale in Italia 1943-73, a La parabola del sindacato (il Mulino,  1992), sono sempre stati condotti partendo dal lavoro come condizione e come cultura.  Non sembrava amare troppo gli aspetti tecnici delle relazioni industriali, anche se in più occasioni dimostrava di conoscerli fin troppo bene. Il volume sulla “parabola” ha come sottotitolo Ascesa e declino di una cultura, e i contenuti del libro (con una bibliografia e una documentazione ricchissime) rendono molto bene le ragioni della straordinaria ascesa dei sindacati italiani, conosciuti e apprezzati in tutte le loro componenti, e del loro inarrestabile declino, che avrebbe proseguito rapido nei decenni successivi, nella incapacità di ritrovare una cultura della solidarietà che non poteva più  avere al centro, come riferimento esclusivo, l’operaio dell’industria a produzione di massa.  Comunque, “sociologo del lavoro” o “intellettuale operaio” che fosse, Aris ha operato anche come un grande organizzatore culturale, non appagato né dai copiosi riconoscimenti accademici, né dal fruttuoso conforto di una condizione passata. Basterebbe ricordare il suo impegno negli anni ’70 come artefice dei “Quaderni di Rassegna Sindacale”, trasformata nel più rilevante strumento culturale dei sindacati italiani, le ricerche sul lavoro del  Cespe, gli studi molteplici sulla disoccupazione. Il movimento sindacale, e la Cgil più di tutti, dovrebbero essergli riconoscenti per avere svolto questi ruoli, testimoni di un’epoca passata, certo finita con la fine del secolo del lavoro ma che non ha cancellato ogni speranza. Sempre che questa speranza ritrovi protagonisti, organismi, risorse in grado di alimentarla.

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